L’identità molteplice, Marco Lucchini

Il nostro Manifesto ha tra i suoi obiettivi quello di accendere il dibattito collettivo e stimolare il confronto intorno ai temi dell’architettura. Il libro di Marco Lucchini, “L’identità molteplice”, può essere un valido punto di partenza per una discussione sull’architettura contemporanea in Sardegna.

Come sempre nel periodo prenatalizio si intensificano le presentazioni di libri e  gli incontri con gli autori. Ma l’incontro organizzato dall’IN/ARCH Sardegna per presentare il libro è stato anche un interessante momento di riflessione e discussione tra curiosi e professionisti in una serata incorniciata dalla bella architettura dell’Arca del Tempo progettata da Salvatore Peluso a Settimo San Pietro.

L’identità molteplice, Architettura contemporanea in Sardegna dal 1930 al 2008, di Marco Lucchini

La presentazione del libro è stata arricchita dall’intervistatore d’eccezione, Luca Gibello, direttore del Giornale dell’Architettura, che ha anche presentato la monografia fresca di stampa sulla Sardegna curata da Marco Atzori e Alessandra Fassio, che definisce la nostra isola un “laboratorio della pianificazione del paesaggio”.

Si è parlato del libro e delle sue origini. Luchini ammette di aver deciso di raccontare l’architettura sarda contemporanea perché si è trovato a girare l’isola fin da giovane e si è reso conto del patrimonio in gran parte ancora poco conosciuto ai più e che l’occhio straniero svela anche a noi sardi, spesso poco attenti a ciò che ci è più vicino. Il libro non ne da una lettura diacronica ma piuttosto parte dal radicamento delle architetture nel territorio attraverso una struttura organizzata per ambiti scalari su cui si innesta un secondo sistema basato sul tipo e sulle strutture formali.

Le intelligenti domande di Luca Gibello portano il discorso ad affrontare anche le recenti vicende politiche che hanno influenzato l’architettura isolana. Entrambi gli ospiti son stati di poche parole ma chiari nel criticare fermamente il piano casa Asunis (chiamiamolo così), per la pericolosità dei suoi effetti sul paesaggio sardo, ma una più attenta riflessione l’hanno dedicata a un tema a noi molto caro: il ruolo delle archistar chiamate dalla giunta precedente a fecondare un humus locale. Un ruolo che per Luchini è inserito nel dibattito sull’identità e sul suo rapporto con l’immaginario collettivo della fittizia mediterraneità da Costa Smeralda. Un’identità intesa come relazione tra ciò che permane e ciò che varia e utilizzata come strumento per uscire dall’isolamento attraverso l’inserimento di nuove conoscenze che vadano a integrarsi con quelle pregresse. Ma nella politica delle archistar è mancato qualcosa che facesse tessuto, si è gestito il territorio per nodi senza superare la dicotomia tra territorio e fatti emergenti. E in questo processo un ruolo significativo nel “fare tessuto” lo ha svolto il Festarch come evento di sensibilizzazione della cittadinanza in termini di percezione della architettura e del territorio da parte.

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Il caso Casamonti e la Sardegna

Atto I    Il caso Casamonti

Atto II   Il caso Casamonti: una lettera di Stefano Boeri

Un interessante botta e risposta tra Luigi Prestinenza Puglisi e Stefano Boeri, due influenti personalità dell’architettura italiana, sta animando le pagine della newsletter di LPP, riguardo alla attuale cultura architettonica italiana.

Un ruolo centrale lo gioca la forte ventata di novità che soffia negli ultimi anni sulla Sardegna e che ne sta rivoluzionando le dinamiche del fare e vivere l’architettura, grazie all’appassionante lavoro di rilancio dell’architettura sull’isola promosso tra gli altri proprio da Stefano Boeri.

Lo stesso dibattito che è stato alla base della decisione di far nascere questo blog.

Quando e’ che le Star aiutano a promuovere  l’architettura in un luogo? Quando si scatena una stagione di concorsi e di opportunità, soprattutto per i più giovani. Non quando l’operazione avviene con l’assegnazione quasi ad personam dei più importanti progetti. Ecco perché dico che in Sardegna l’operazione congegnata da Soru corre, a mio parere, il rischio di essere un errore gigantesco. Peggio: l’atto di morte di una giovane generazione di architetti.

LPP

Gonçalo Byrne e le Pousadas, interventi di architettura turistica in Portogallo

Uno degli esempi più accattivanti di quella che possiamo definire “architettura turistica portoghese” è offerto dalle pousadas, termine che deriva dal verbo pousar che significa fermarsi, e quindi fare una pausa e godere delle bellezze naturali e storiche che il paesaggio circostante offre.

 Le pousadas nascono in Portogallo alla fine degli anni ’30 e sono edifici di un certo valore storico che, mediante una serie di interventi vengono adibiti ad alberghi. I primi esempi sono di piccole dimensioni, spesso sono antiche case con al massimo una decina di stanze, nei quali il concetto fondamentale è quello di creare un luogo nel quale il turista si possa riposare e possa usufruire di tutte le comodità che in certi casi il paese e in altri il paesaggio possa offrirgli, senza perdere mai quell’atmosfera familiare e intima tipica di una casa. Questo è il carattere peculiare di tutte le pousadas anche quando, a partire dagli anni ’70, le loro dimensioni aumentano per assumere l’aspetto di un albergo moderno, con ovviamente tutte le comodità richieste da un struttura alberghiera situata lontano dalla città e immersa in un paesaggio incontaminato: un luogo di totale relax. I varie esempi sono dei veri e propri interventi sul patrimonio, attenti a valorizzare l’edificio senza cancellarne l’identità e la memoria, pur prevedendo per il un nuovo utilizzo totalmente differente da quello iniziale (molte pousadas nascono infatti come castelli o monasteri). Queste operazioni sono sempre state fatte cercando di creare un ambiente nel quale l’antico e il moderno riuscissero a convivere, senza che il secondo predominasse sul primo, sottraendogli il ruolo da protagonista che da secoli lo caratterizzava all’interno di quel territorio; ed è proprio per questo che molti degli ampliamenti sono “nascosti”, sfruttando al massimo l’andamento del terreno, o comunque quasi sempre posti in secondo piano rispetto al monumento principale. Le pousadas rappresentano quindi un’offerta turistica varia e di livello, e sono, in effetti, un insieme di monumenti sempre di proprietà dello Stato ma gestiti in maniera privata, da parte dell’ENATUR (un’organizzazione necessaria per migliorare al massimo la gestione e permettere ai clienti di usufruire di un servizio adeguato pur rimanendo immersi in un mondo ben distante dalla caotica vita cittadina)

Percorrendo l’intero Portogallo si possono incontrare vari interventi che portano la firma di grandi architetti della storia portoghese contemporanea e notiamo come i diversi progettisti affrontano il problema del restauro e del riutilizzo degli antichi monumenti, accostandoli a corpi nuovi caratterizzati da un’architettura ovviamente contemporanea. Tra essi si possono ricordare Fernando Tavora (pousada de Santa Marinha da Costa a Guimaraes), João Luis Carrilho da Graça (pousada de Flor da Rosa a Crato), Eduardo Souto de Moura (pousada de Santa Maria Bouro ad Amares) e Gonçalo Byrne. Di particolare interesse sono due progetti che quest’ultimo architetto ha esposto durante la seconda edizione del Festarch di Cagliari.

Il primo riguarda la pousada de Estoi (Faro, Algarve), un’antica villa della fine del ‘700 abbandonata negli ultimi decenni del XX secolo e di dimensioni troppo piccole per poter ospitare una pousada.

Il principale problema da risolvere fu quello di trovare un intervento corretto (anche se il concetto di corretto è del tutto relativo), cercando di rinforzare in maniera chiara la centralità della villa e di mantenerne il ruolo principale all’interno del progetto. L’intervento di Gonçalo Byrne consiste nel creare all’interno della villa antica le stanze comuni, nel progettare un nuovo corpo dove verranno ospitate tutte le camere da letto, nel creare una piccola SPA (come collegamento tra il corpo nuovo e quello vecchio) en chiaramente, nel risistemare tutti i giardini intorno alla villa con l’aiuto di un architetto paesaggista. Il nuovo corpo delle stanze è quasi invisibile dall’esterno: è costituito da tre piani sfalsati, in modo che ogni tetto presenti delle piattaforme che simbolicamente rappresentino il prolungamento dei giardini situati di fronte alla villa. Per lasciare il ruolo da protagonista alla villa Gonçalo Byrne decide quindi di “nascondere” il nuovo corpo, sfruttando il declivio del terreno, in modo da non alterare la vista e il paesaggio circostante.

Il secondo intervento riguarda la pousada de S.Teotonio (Viseu), un ospedale costruito nella prima metà del XIX secolo, ormai vuoto e dimesso da una decina d’anni.

L’edificio è a forma di cubo, strutturalmente in buone condizioni, costruito con delle spesse pareti in granito. Il piano terra è stato riorganizzato per ospitare gli spazi comuni, la corte centrale infatti diventa lo spazio principale dell’edificio coperta da un grande lucernario. Gli elementi di collegamento verticale vengono posti agli angoli della struttura e conducono al piano superiore e alle terrazze, dove sono poste le stanze e una piccola SPA, necessaria per offrire ai clienti un ulteriore momento di relax. E’ quindi un intervento che esteriormente lascia l’edificio quasi totalmente inalterato, pur avendo totalmente mutato la sua funzione interna.

Questi sono solo alcuni esempi che possono essere importanti per capire come si possa sfruttare al meglio il patrimonio esistente senza intervenire in maniera violenta sul paesaggio, anzi valorizzandolo in modo da approfittare e sviluppare le grandi risorse che la nostra terra ci offre, risorse che spesso sono ancora tutte da scoprire.

Guarda l’intervento di Gonçalo Byrne al Festarch 2008

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Barcelona calling

Architettura di emozioni e simboli, in divenire, rispettosa del contesto e che da esso ne trae forza e significato. Un’architettura che ha timore di imporsi con arroganza e che si inserisce nella città in punta di piedi ma senza la paura di diventarne un simbolo della sua complessità. Molteplicità di forme e percezioni, a seconda del punto di vista e dell’ora del giorno. Una architettura che nasce, cresce e cambia nel tempo e con la città. E una città che accoglie e genera l’architettura, specchiandosi e riconoscendosi in essa.

Sono alcuni spunti che Benedetta Tagliabue ci offre presentando i suoi ultimi lavori, iniziati quasi tutti in collaborazione con il marito Eric Miralles (Barcelona 1955-2000), e realizzati dallo studio EMTB nel Passatge de la Pau di Barcelona.

Alla città modernista per eccellenza, in effetti, Benedetta deve gran parte della sua fortuna dato che lo studio che dirige è uno dei più apprezzati dall’opinione pubblica iberica, investito l’incarico di realizzare il padiglione che rappresenterà la Spagna all’EXPO di Shangai 2010.

Dei progetti esposti quello della torre per il Gas Natural, recentemente terminato a Barcellona, è fortemente emblematico della sua poetica architettonica, in cui l’attenzione per il contesto e il valore simbolico dell’opera interagiscono strettamente.
Interessante è il contesto in cui questo edificio viene realizzato, e le circostanze che ne hanno reso possibile l’attuale configurazione. Barcellona negli ultimi anni ha dato vita a un omonimo modello urbanistico in cui fondamentale è il rapporto tra settore pubblico e privato, e che in questo progetto trova applicazione pratica e ha giocato un fattore chiave. La compagnia Gas Natural, infatti, dialogando e pattando con la città, ha ottenuto di poter costruire la torre di rappresentanza proprio nello stesso luogo in cui nacque nel XIX secolo (segno della volontà della compagnia di andar avanti senza dimenticare le proprie origini). La politica urbanistica della città non prevedeva però la possibilità di costruire tanto in elevazione in quel luogo, ma grazie alla collaborazione tra l’amministrazione pubblica e la compagnia si è giunti al compromesso di potersi alzare per 20 piani tramite la cessione alla comunità della parte del piano terra, che diventa pubblico, e impegnandosi a creare in tutto il lotto su cui insiste l‘edificio un parco per la cittadinanza.
Il luogo stesso, alle porte del quartiere della Barceloneta, ha influito sostanzialmente nella concezione formale dell’edificio che si trova a interagire con differenti e contrastanti forze della città (il Parc de la Ciutadella, l’Arc de Triomf, la Ronda litoral, le Torri Olimpiche, la Stazione di Francia). L’asse monumentale creato dal Parc de la Ciutadela tagliato dalla via del treno e dalla strada a scorrimento veloce, porta alla concezione di una frattura nel volume dell’edificio, frattura che diventa il luogo in cui tutti possono sperimentare la sensazione di verticalità, una strada pubblica in cui si situa la lobby di entrata, fruibile da tutta la comunità cittadina.
Il progetto nel tempo è andato mutando e cambiando alla ricerca di una forma che al meglio si confacesse al luogo e alla sua funzione. Importante infatti è il rapporto che questa torre avrebbe avuto con le altre torri di Barcellona, in primo luogo con le torri olimpiche, Mapfre e Arts Hotel, degli architetti Iñigo Ortiz y Enrique de León e Bruce Graham (che sono il doppio in altezza) e con la torre Agbar di Jean Nouvel (realizzata in contemporanea ma con una concezione molto diversa di approccio al contesto urbano). Rispetto a queste, non potendo competere con loro in altezza, si vuole distinguere per un carattere differente. Perciò la forma di questa torre urbana fin dall’inizio non ha voluto essere un volume unico, ma attraverso la sperimentazione e il lavoro sui numerosissimi modelli si è arrivati a quella attuale, fino a definirne tutta la struttura e il rapporto con la facciata.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la cosiddetta “portaerei”, un corpo in aggetto dallo sbalzo di 35 metri, che entra in relazione orizzontale con gli altri edifici che si affacciano sulla ronda litoral e porta alla concezione di questo volume che porta continuità nella facciata della strada creando però una porta verso il mare che idealmente si rapporta con l‘Arco di Triomf.
Dall’analisi di questo progetto si evince come la molteplicità, di eco parmenideo, sia parola importante per il lavoro di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue, una molteplicità che si svela in un approccio progettuale nascente dalla preoccupazione di non creare un edificio che rappresenti per la comunità un simbolo univoco e totalizzante, preferendone invece uno che non si imponga, che lasci libertà, molto tollerante, e che crei relazioni con l’architettura con cui si trova a condividere lo spazio urbano.
Altra idea chiave della visione dell’architettura data da Benedetta Tagliabue è la importanza di considerare un edificio nella completa interezza della sua vita (riprendendo e portando agli estremi la teoria del restauro di Ruskin), che richiama il dibattito sempre acceso sulla concezione del “tutto e subito” nel mondo contemporaneo. Sempre meno infatti la nostra società è abituata ad accettare che tutto si trasforma e ha delle fasi diverse al largo della sua vita (da un albero a un edificio, da un paesaggio a un essere umano) e soprattutto poco è abituata ad accettare la pari dignità di ognuna di queste fasi, considerando spesso come unica valida e degna di interesse quella della maturità. Benedetta Tagliabue fa notare che in architettura è estremamente importante anche la fase della costruzione dell’opera, la fase del cantiere, che per di più tiene un valore unico per la sua effimeratezza in comparazione con l’opera finita che per un più largo periodo di tempo avrà la sua forma definita. Per questo tanta importanza hanno per il suo studio le visite in cantiere e la documentazione fotografica di questa fase di vita dell’edificio che ha una durata così limitata.


Guarda l’intervento di Benedetta Tagliabue al Festarch 2008

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La spiaggia di Santa Maria di Uta e altri luoghi ameni dell’Isola di Sardegna

Può sembrare fuori luogo inserire questo post come primo post sul Festarch 2008 che si è appena concluso alla Manifattura Tabacchi di Cagliari. Non parla dell’intervento di nessun grande architetto, nè di nessuna grande personalità politica che parli del futuro turistico (e non) della Sardegna. Ma è una riflessione tagliente del grande scrittore creativo utese romano Flavio Soriga, che non da nessuna risposta o soluzione, ma apre domande e spunti di riflessione sul turismo e l’architettura. E per di più è un intervento divertentissimo.

Tra i tanti spunti mi colpisce (e sottoscrivo) la riflessione sulla crescita delle nostre aree metropolitane e i criteri che guidano questa febbre del mattone, sulle speculazioni lungo la costa che attanagliano spazi naturali incredibili, e sul senso del turismo, delle immagini da cartolina e delle vacanze oggi.

Guarda l’intervento di Flavio Soriga al Festarch 2008

Festarch

Il mio consiglio più importante: quando fate architettura fate il meno rumore possibile. Ciò si ottiene con l’attenzione e la pazienza, senza dimenticare mai che l’architettura è un lavoro. Regola principale per chi si mette a progettare, fare silenzio attorno per essere più attenti, e capaci di vedere piccolo: tra le cose.

Vittorio Gregotti

Vista dell’esterno è davvero impressionante la vitalità dell’ architettura in Sardegna. Sempre più sovente all’interno delle discussioni degli esperti dei vari campi legati all’architettura appare, per un motivo o per un altro, il nome della nostra isola, declinato nei vari idiomi (segno di un interesse internazionale da sempre presente per la nostra Sardinia, Cerdeña, Sardaigne, Sardinien, Sardigna o Serdanya che dir si voglia). Per il turismo, grande vocazione dell’isola, questo è un bene, soprattutto per quel turismo cosiddetto di “alto livello” che oggi tutti anelano a catturare.

Sfogliando le riviste patinate alcune delle acclarate grandi firme dell’architettura contemporanea si ritrovano implicate in questioni legate alla Sardegna, dai progetti Paulo Mendes da Rocha e Zaha Hadid, passando per gli interventi di Herzog & de Meuron e Rem Koolhaas, solo per citare le “griffe” consacrate dal Pritzker nel corso degli ultimi10 anni. In un isola in cui la storia della costruzione ha un peso decisamente importante da 4mila anni, ma in cui l’attenzione dell’architettura da mass media è stata storicamente poco presente.

Nelle aule delle facoltà di urbanistica e paesaggismo si dibatte, a torto e a ragione e non senza qualche confusione in merito, sulla “law Soru” quale caso limite e visionario della protezione ambientale.

Negli studi degli addetti ai lavori e tra gli studenti si torna a parlare del festival di Architettura giunto alla seconda edizione e nelle Facoltà di Cagliari e Alghero fervono i preparativi per l’evento fortemente sponsorizzato dai sui organizzatori.

Per un giovane architetto è davvero impressionante (inquietante?) vedere come tutto d’un tratto gli Architetti con la A maiuscola e l’accento internazionale, che prima erano solo delle lontanissime e quasi inarrivabili chimere, oggi sono alla portata di mano di studenti e professionisti locali, con il loro bagaglio di esperienze e le loro opere.

Come dire: siamo in un momento in cui, nel bene e nel male, siamo nel mezzo di un rumoroso interessante dibattito internazionale che ha la Sardegna come leitmotiv.

Il motivo che ci ha spinto a creare questo blog è la convinzione che il confronto delle idee e dei punti di vista è oggi una delle più efficaci chiavi di lettura della complessità di questo mondo liquido in cui viviamo. Nella nostra professione in particolare è importante riuscire a trovare soluzioni valide e condivise partendo dalla partecipazione e dalla considerazione di opinioni differenti. Per questo ci proponiamo di fare attenzione a quello che sta avvenendo alla architettura contemporanea e alla Sardegna, impegnandoci a veder il “piccolo” che si nasconde tra le cose, con l’aiuto di quanti più osservatori possibili, ma senza distogliere lo sguardo dai più evidenti cambiamenti che la società contemporanea sta vivendo.

A persone abituate a interrogarsi su quello che gli capita intorno e soprattutto alle possibili cause e conseguenze di ogni azione, la domanda che si pone è perchè sta accadendo tutto ciò ora? Come è possibile che tutto d’un tratto l’attenzione dei media e dell'”Olimpo” della architettura sia diventata così pregnante nei confronti della nostra isola? Quali interessi la guidano e quali vantaggi la nostra isola può ricavarne? E soprattutto, come fare in modo che così rapidamente come è arrivata, non ritorni ad essere una lontana chimera, senza aver lasciato qualcosa di valido?

Parafrasando accorate parole di Young Joon Kim sulla situazione della architettura in Corea del sud, trasponendola alla nostra situazione è come se stessimo importando preziosissime (e costosissime) bottiglie di un vino pregiato, ma se non ci sforziamo di capire e studiare il gusto, l’aroma e la tecnica di fermentazione che rendono questo vino così speciale rischiamo di restare con in mano solo con bottiglie vuote una volta passata l’ubriacatura di questi giorni.

Siamo qua per cercare di capire, di ragionare tutti insieme su cosa stia capitando alla nostra isola, con uno sguardo curioso, talvolta ingenuo ma sempre sincero su ciò che l’architettura e la Sardegna ci offrono.

E non è un caso che questo blog nasca in concomitanza con il FESTARCH 2008 sul turismo planetario, perché sarà una grande fucina di temi di riflessione e discussione, e come prima sfida proponiamo quella di confrontarci sulle idee e sulle sensazioni che questi 3 giorni di grande euforia architettonica ci susciteranno.

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