1319 e Colectivo de la Calle, progetti per ripensare lo spazio pubblico.

“Uno spazio pubblico cittadino non è uno spazio residuale tra strada e edifici, tantomeno uno spazio vuoto considerato pubblico solamente per ragioni giuridiche. Non è uno spazio specifico, in cui bisogna andare, come chi va ad un museo o a uno spettacolo. Sarebbe meglio dire che questi spazi sopracitati sono spazi pubblici potenziali ma che hanno bisogno di qualcosa in più perché diventino spazi pubblici cittadini.

Lo spazio pubblico è allo stesso tempo lo spazio principale dell’urbanistica, della cultura urbana e della cittadinanza. È uno spazio fisico, simbolico e politico.” (da: El espacio publico: ciudad y ciudadania di Borja-Muxi)

Le città contemporanee nella loro crescente corsa alla occupazione totale del territorio, lasciano inevitabilmente cicatrici sul suolo urbanizzato, accumulando una grande quantità di spazi inutilizzati e inedificati, spazi che nell’attesa di diventare qualcos’altro restano bloccati nel limbo anche per lunghi periodi di tempo.

L’idea del collettivo 1319 e del collettivo De la calle è quella di riciclare temporaneamente questi luoghi, sfruttando il limite delle città di non riuscire a generare nuovi usi negli spazi, che per motivi giuridici-amministrativi restano abbandonati: spazi in attesa di essere edificati, vuoti urbani di lunga data e altri che nascono in seguito a demolizioni di antichi edifici, spazi che secondo il progetto di questi due gruppi potrebbero essere recuperati in modo effimero per un uso pubblico.

Il progetto De la Calle (http://thegreatoutdoors.typepad.com/delacallefc/ )per la rigenerazione temporanea di questi vuoti urbani si appoggia sul concetto di sport informale, concepito come attività delle quali possono essere precisamente delineate caratteristiche quali spontaneità, scarsi o nulli requisiti previi siano essi tecnici (livello individuale) o istituzionale (non appartenere formalmente a nessuna squadra), economici (non pagare quote per occupare lo spazio) organizzativi e legali.

Lo scopo dell’iniziativa è rivendicare il diritto alla città e all’uso dello spazio pubblico, mantenendo e permettendo che esista la spontaneità e il carattere temporaneo delle esperienze della strada contrapponendosi e invitando alla riflessione rispetto alla crescente edificazione di spazi per l’attività sportiva formale, palestre, campi etc e la concomitante riduzione di spazi per la pratica dello sport informale, attraverso leggi che diminuiscono la libertà all’uso dello spazio pubblico.

Contestualizzando il proprio intervento nell’ambito della città di Barcellona, il colectivo De la calle ha usato come pretesto il “fútbol callejero”, il calcio di strada, cercando di dare delle nuove opzioni per gli spazi di gioco attraverso la riappropriazione temporanea di vuoti urbani.

La strategia del Colectivo passa attraverso un censimento di tutte le installazioni sportive informali esistenti nella città e di tutti quei vuoi urbani inutilizzati, allo scopo di poter pianificare, identificare e gestire questi spazi e progettare nuove installazioni informali che potrebbero funzionare come spazi di sperimentazione prima di investire denaro per la costruzione di spazi sportivi formali.

L’obiettivo è ripensare il modo di pianificare lo spazio pubblico rispetto alla sua continuità nel tempo per favorire la creazione di luoghi che si sviluppino nel tempo in modo discontinuo e de localizzato.

Creare una ipotetica struttura urbana di spazi in disuso, con forma e localizzazione variabili nel tempo e capaci di assecondare le trasformazioni delle città, ottenendo cosi una serie di spazi pubblici attivi in maniera temporanea.

Il carattere effimero di queste installazioni sportive informali, fa si che gli spazi che vengono creati durino un tempo relativamente corto ma che al contempo abbiamo una grande possibilità di successo dovute a fattori molto diversi quali il tipo di pubblico e fattori ambientali.

Video de la calle:

Sulla falsariga del progetto De la calle, anche lo studio di progettazione 1319, composto da Patricio Levy e Veronica Mansilla, ( http://www.wix.com/trecediecinueve/1319) pensa a un differente modo di recuperare questi vuoti urbani in disuso.

La strategia é simile, creare una ipotetica struttura urbana di spazi pubblici in disuso allo scopo di generare una rete di spazi pubblici attivi in maniera temporanea.

“il recupero degli spazi in disuso migliora la qualità ambientale, la percezione del contesto e l’identità e adesione sociale del quartiere, evita problemi di salubrità, sicurezza e degrado ambientale, tanto del suolo quanto del contesto sociale.”

La proposta parte dalla considerazione che non è necessario generare nuovi spazi, considerando che utilizzando quelli esistenti è possibile rispondere in breve tempo, alle esigenze di tutti gli attori sociali coinvolti:

– ai cittadini di avere spazi di incontro;

– all’amministrazione limitare il degrado ambientale;

– al proprietario privato compensare il costo di mantenimento del terreno.

L’approccio dei 1319 è sistematico e prevede come primo step la creazione di un Registro dei terreni per uso pubblico nel quale registrare tutti i terreni vuoti e in disuso: in questa fase la partecipazione della cittadinanza è fondamentale nel momento di definire una “mappa collaborativa” nella quale i cittadini possono introdurre le proprie informazioni.

La seconda fase prevede la creazione di un equipe di intermediazione che si occupi sia della gestione dei vari terreni attraverso il loro utilizzo temporaneo, sia di intermediare tra l’amministrazione pubblica, i cittadini e il proprietario proponendo un contratto di cessione temporanea che consenta l’utilizzazione dello spazio.

Attualmente il collettivo 1319 sta applicando questa strategia per la riqualificazione di un vuoto urbano nella città di Tucuman in Argentina, in un progetto denominato Acción-Reacción.

1319 – construir el vacio

1319

http://www.wix.com/trecediecinueve/1319

Accion reaccion

http://www.facebook.com/album.php?aid=14809&id=111514532207094

De la calle

http://thegreatoutdoors.typepad.com/delacallefc/

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Medellín, costruire il futuro

Combattere la mafia e gli squilibri sociali con interventi architettonici e urbanistici è efficace e reale. Questo è quello successo a Medellin, oltre l’Oceano Atlantico, seconda città più pericolosa di tutta la Colombia, città natale di Pablo Escobar. Sull’esempio di Edi Rama a Tirana, un altro grande uomo che poco aveva a che fare con la politica, è riuscito a ricondurre la sua città, in 4 anni, da pericoloso centro urbano a esempio di vivibilità in un contesto radente il Terzo Mondo.

Riqualificazione dei bordi stradali, foto tratta da: http://duttybwoy.wordpress.com

Sergio Fajardo, celebre matematico, sindaco di Medellìn dal 2002 al 2007 ha applicato alla politica un assioma molto chiaro: gli squilibri sociali e la violenza vanno combattuti simultaneamente.

Così  i primi interventi  politici sono stati l’incremento della polizia di quartiere e la costruzione di centri educativi, scuole e biblioteche affidati ai più bravi architetti colombiani e sudamericani e localizzati nelle aree più degradate della città. L’architettura di qualità e gli interventi di sviluppo urbanistico sono stati componenti inscindibili di un nuovo modo di fare politica. Come Rama anche Sergio Fajardo ha utilizzato l’architettura e la politica per creare una nuova pelle della città, potenziando l’esistente senza annullarlo; il tutto ha come fine dare una nuova percezione della città agli abitanti instillando un senso di orgoglio sia a livello locale che globale, consolidando il senso di appartenenza e la partecipazione alla vita politica e sociale.

Alcune tra le opere realizzate rappresentano oggi un punto di riferimento della città, come la nuova biblioteca di Giancarlo Mazzanti: una roccia incastonata in mezzo al barrio di Santo Domingo, noto per lo spaccio di droga.

Un altro intervento che ha contribuito a potenziare la ripresa urbana è la Orquideorama, una struttura di che accoglie la raccolta di orchidee del Giardino Botanico e ospita eventi culturali, caratterizzata da una copertura costituita da esagoni frattali dal profilo ligneo.

Vista dal quartiere Santo Domingo della biblioteca di Giancarlo Mazzanti, foto tratta da: http://www.archiportale.com

Il piano dell’architetto e direttore dei progetti urbani per la città di Medellìn, Alejandro Echeverri, e del sindaco Sergio Farjardo ha mirato altresì a rafforzare il sistema di trasporto pubblico attraverso la costruzione di una funivia  che connette le aree più degradate della città, arroccate sui colli, con il resto della città.  Oggi anche gli abitanti delle baraccopoli in calcestruzzo hanno maggiori opportunità di fruire delle funzioni pubbliche e private del centro urbano.

Ogni progetto, realizzato con la consultazione dei residenti del quartiere, è stato affiancato da puntuali programmi sociali atti a combattere le disuguaglianze profondamente radicate nella città, dall’istruzione per tutti al micro-credito in favore delle piccole imprese.

I programmi sociali di Echeverri e Fajardo hanno inoltre costituito un fattore significativo nel calo della criminalità locale. Secondo le statistiche nazionali, il numero di omicidi commessi in un anno su una popolazione di 100.000 abitanti è sceso da 381 nel 1991 a 29 nel 2006.

“Sia l’esempio di Tirana che quello di Medellìn parlano di un nuovo modo di usare l’architettura come dispositivo cruciale nel fare politica. Gli spazi oggetto della trasformazione sono sempre quelli pubblici: quella architettura  pubblica che oggigiorno sembra quasi sparita a favore dell’incombente speculazione edilizia, ma che invece è l’architettura di tutti e costituisce un fondamentale supporto per ridurre gli squilibri sociali e aumentare la qualità della vita. Gli spazi collettivi “ci dicono che la dimensione pubblica di un’ architettura non sta solo nella sua funzione, ma si gioca sul piano simbolico, sulla sua capacità di veicolare con la sua presenza un messaggio di attenzione e cura verso le comunità locali.” (Stefano Boeri, Abitare n°482 pag.14)

I progetti di riqualificazione ci insegnano che se gli spazi collettivi fossero governati da una prospettiva originale e stimolante, tenendo in conto le richieste dei cittadini, potrebbero diventare veri e propri laboratori di un nuovo modo di fare città e di fare politica.

Come ha scritto Stefano Boeri “Questo nuovo modo di fare politica chiede oggi all’architettura, cioè alla costruzione di luoghi, di ambienti, di paesaggi, di saper fare quello che una politica seria dovrebbe sempre saper fare: costruire visioni del futuro, radicate nel quotidiano presente.”

Rete tranviaria sopraelevata, foto tratta da: http://www.archiportale.com

Cagliari verso un Urban Center. Idee e progetti per via Roma e per la città

Logo del Comitato Urban Center di Cagliari

È nato a Cagliari il comitato per la nascita di un Urban Center, che vuole essere il luogo in cui comuni cittadini e tecnici si confrontano sui progetti che l’amministrazione propone per la città, con l’obiettivo di stimolare la partecipazione, soprattutto dei giovani, contribuendo alla formazione di cittadini responsabili e attenti.

Come primo banco di prova il comitato ha partecipato al convegno “La via Roma – La piazza sul mare”. E nuovamente, dopo la presentazione del progetto del parcheggio e del tunnel sotto via Roma, si è assistito all’esposizione dei “progetti” e alle idee del Comune di Cagliari e della sua maggioranza in tema di pedonalizzazione e mobilità. Un progetto di ampio respiro economico (si è parlato di più di 130 milioni di euro) per ridisegnare il luogo definito come il biglietto da visita per la Cagliari di domani, ma che nasce con uno sguardo tanto corto quanto superficiale come ha fatto pesantemente notare il professor Italo Meloni nel suo intervento.

Parcheggi nella zona di via Roma (slide preparata da CagliariPedonale.it), in media il 20% di quelli attualmente realizzato è vuoto

Come insegnamento per la collettività dal convegno, ci sembra utile riportare i passaggi fondamentali dell’intervento del docente di ingegneria dei trasporti, perché dimostrano quanto possano essere futili le proposte politiche di pianificazione urbana quando non sono sostenute dalle possenti gambe date dall’approfondimento tecnico e da una visione globale chiara che ne indichi la direzione.

“Abbiamo assistito a tanti incontri e la cosa sicura è che non esiste un progetto per la piazza. Esiste un’idea di una piazza.Non si è deciso nemmeno se dovrà essere completamente pedonale, se ci passerà la strada in mezzo e dove passerà. Non è una carenza solo di contenuti, ma è una carenza di metodo: c’è una scarsa analisi delle problematiche e di individuazione di obiettivi condivisi e una vaga strategia politica.

Si parla di questo progetto in modo superficiale.

Manca un’idea strategica condivisa su che cosa vogliamo che sia significativo in questo progetto di piazza sula mare.

Per arrivare a risolvere i problemi di mobilità e pedonalità di Cagliari occorre una combinazione di azioni, non solo infrastrutturali, ma anche amministrative, regolatorie, di comunicazione: progetti isolati e settoriali non risolvono il problema della via Roma.

Non ci sono dei dati concreti sugli scenari attuali e futuri del traffico e dei parcheggi che insistono su questa zona, sui percorsi pedonali di relazione ed aggregazione, se non il conteggio del numero di stalli e del numero di corsie.

Non esiste nemmeno un ragionamento sulla necessità, o meno, di continuare a far passare per quello che vuole essere uno dei luoghi simbolo della città il traffico di attraversamento.

Manca un minimo studio serio del problema

Sono parole dure e circostanziate, che evidenziano come un certo modo di approcciarsi alla città non possa portare alla soluzione dei problemi che i cittadini si trovano a vivere ogni giorno. Non si può far a meno dello studio approfondito e dell’utilizzo di competenze specialistiche per pianificare una realtà complessa come quella urbana.

[terapia urbana] Codice Deontologico dell’Architetto

Condividiamo una  bella descrizione  del codice deontologico per architetti e urbanisti proposta da Ecosistema Urbano e da noi liberamente tradotta.

Terapia urbana - foto tratta da ecosistemaurbano.org

Crediamo che la città sia un organismo dinamico in costante trasformazione. Gli architetti e la maggior parte dei professionisti che operano sulla città, devono tener conto di come il loro lavoro incida sul centro urbano. Come esperti, gli architetti hanno conoscenze che sono tenuti a mettere a disposizione liberamente nelle situazioni critiche.

E’ necessario incidere per moderare l’espansione dello spazio urbano, dando priorità ad ottimizzare, diversificare e rigenerare la città esistente, promuovendo l’uso più efficiente del patrimonio costruito, intensificando e riprogrammando il tessuto urbano.

Consideriamo qualsiasi spazio della città che può essere riattivato tramite una nuova lettura come spazi potenziali e lo sviluppo del suo potenziale come un  nuovo progetto urbano. Gli architetti hanno il dovere di agire quando rilevano uno spazio critico. I cittadini, a prescindere dalla propria formazione, possono partecipare ai diversi processi che l’architetto mette in atto attraverso la terapia urbana.

Un gran numero di interventi urbani, realizzati come agopuntura, permette di risolvere rapidamente situazioni locali senza grandi costi. La somma di questi interventi rende la città più sostenibile e più gradevole per i cittadini. Il benessere delle città si misura dalla qualità e dall’uso dei suoi spazi collettivi.

Al fine di mettere in scena queste buone intenzioni, e utilizzando come base il codice di deontologia medica, offriamo questa versione del codice etico dell’architetto, sulla base dei criteri che stiamo applicando come [ecosistema urbano].

Codice di Deontologia dell’Architetto

Articolo 1. La deontologia dell’architetto è l’insieme di regole e principi etici che devono ispirare e guidare la condotta professionale dell’architetto.

Articolo 2. I doveri imposti dal presente codice vincolano tutti gli architetti nell’esercizio della loro professione, qualunque sia la modalità in cui la praticano.

Articolo 3. La professione di architetto è al servizio della città e della società. Di conseguenza rispettare la città, gli spazi costruiti e gli utenti sono i compiti primari dell’architetto.

Articolo 4. L’architetto deve prendersi cura con la stessa consapevolezza e sollecitudine di tutte le situazioni urbane, senza distinzione di localizzazione, religione, opinione o qualsiasi altra condizione o circostanza collettiva o sociale.

Articolo 5. La lealtà principale dell’architetto è quella che egli deve alla città e il benessere di questa deve avere la precedenza su ogni altra convenienza.

Articolo 6. L’architetto non pregiudicherà mai intenzionalmente la città né la servirà in maniera negligente; ed eviterà qualsiasi ritardo ingiustificato nell’assisterla.

Articolo 7. Ogni architetto, qualunque sia la sua specialità o modalità di lavoro, dovrebbe fornire aiuto alla città in caso di emergenza.

Articolo 8. L’architetto deve essere consapevole dei propri doveri professionali nei confronti della città. Egli è tenuto a garantire la maggiore efficacia del proprio lavoro e un rendimento ottimale dei mezzi che la società mette a sua disposizione.




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Piano Casa: Italia, Francia e Spagna contro la crisi

A distanza di nove mesi dal varo del piano casa nazionale, sono arrivate le leggi regionali per l’attuazione di questo strumento sul territorio. Il clamore e il dibattito che stanno suscitando queste ultime, per come sono state interpretate le direttive del governo nelle diverse realtà locali, portano con sé tante considerazioni ma ci inducono anche a riflettere sull’effettiva efficacia di tale intervento. Per suo disegno e struttura il Piano Casa nazionale è stato colto dai vari governi locali, pur con le particolarità di ogni regione, quasi esclusivamente come mezzo per il rilancio del settore delle costruzioni, alla cui ripresa ci si affida con speranza per il rilancio di tutta l’economia nazionale.

Ma questa crisi, com’è noto, prima ancora che italiana è una crisi che ha investito il sistema delle costruzioni a livello globale. Per questo motivo è interessante sbirciare un po’ al di la dei confini nazionali, per cercare di rendersi conto di quali siano state le scelte di altri due Paesi europei che attraversano la nostra stessa situazione.

Una costante (da accogliere in maniera molto positiva) è stata la volontà di investire sul tema del rinnovamento termico e energetico degli edifici, con incentivi e agevolazioni importanti volti a facilitare la realizzazione e la riconversione delle abitazioni secondo i criteri di bioarchitettura e efficienza energetica.

Il governo francese ha puntato decisamente su questo settore, con il vaglio di prestiti a tasso zero per il miglioramento energetico sino a un massimo di 30.000 euro, prestito che può essere richiesto anche in caso di acquisto di prima casa. La stima del governo francese è quella di una manovra capace di produrre 400.000 ristrutturazioni all’anno che dovrebbero consentire un investimento di 120 miliardi e la creazione di 135.000 posti di lavoro.

Logo dell'Agence Nationale de l’Habitat (ANAH)

Questa strategia di rinnovamento energetico coinvolge anche il settore dell’edilizia pubblica con la creazione di un fondo di 200 milioni di euro gestito da l’Agence Nationale de l’Habitat (ANAH) allo scopo di finanziare la riqualificazione energetica del patrimonio residenziale pubblico e di rafforzare la lotta contro “l’habitat indigne”, in maniera particolare contro la precarietà energetica, e la riduzione del disagio abitativo nei quartieri più antichi. Questa politica dovrebbe essere in grado di portare al miglioramento di circa 100.000 alloggi in due anni e la movimentazione economica di circa 1 miliardo di euro.

Programme National de Rénovation Urbaine (PNRU)

La seconda importante manovra riguarda il “Programme National de Rénovation Urbaine (PNRU)” iniziato nel 2003 allo scopo di rinnovare i quartieri degradati trasformandoli in “zones urbaines sensibile” (ZUS), e oggi riattivato attraverso il rilancio di progetti che erano stati bloccati a causa della crisi finanziaria.

Sono stati sovvenzionati per questo programma quasi 12 miliardi di euro per 8 anni per progetti che riguarderanno la demolizione e ricostruzione di nuovi edifici sociali e nuovi edifici amministrativi pubblici, la riorganizzazione di spazi per l’attività economica, la creazione di strade e altri progetti volti al rinnovo dei quartieri. Questi finanziamenti,secondo l’idea del governo Sarkozy, vorrebbero accelerare il programma di rinnovamento urbano che dovrebbe avere un impatto molto positivo per gli abitanti dei quartieri inclusi nelle ZUS.

Oltrepassando Pirenei invece, il governo spagnolo ha varato il Plan Español para el Estímulo de la Economía y del Empleo, meglio conosciuto come Plan E. Il punto di partenza di questa manovra risiede sulla considerazione che la crisi economica abbia colpito profondamente il settore della costruzioni e principalemnte in termini di distruzione di impiego.

Scopo principale del Plan E, è quindi generare un forte impulso all’occupazione attraverso la creazione di due fondi principali: il “Fondo para Entidades Locales” e il ”Fondo Especial para la Dinamización de la Economía y el Empleo” che stanno agevolando la mobilizzazione di 11.000 milioni di euro e la creazione di 300.000 nuovi posti di lavoro.

Attraverso questi fondi, il governo Zapatero, ha intrapreso principalmente la via del rinnovamento delle opere pubbliche sostenendo tutte quelle imprese costruttrici e quei lavoratori coinvolti nella realizzazione di nuove strutture di pubblica utilità. Le opere finanziabili sono state individuate in un elenco al quale dovranno fare riferimento le varie entità locali, e riguardano soprattutto opere di riabilitazione dello spazio pubblico, edifici amministrativi pubblici e infrastrutture (rete viaria, illuminazione, rete fognaria, telecomunicazioni), costruzione, riabilitazione e miglioramento di edifici sociali, sanitari, funerari, educativi, culturali e sportivi, opere che permettono la soppressione di barriere architettoniche e, più in generale, tutte quelle opere che si contraddistinguono per il carattere produttivo e la speciale utilità sociale.

Plan Español para el Estímulo de la Economía y del Empleo - Plan E

Il Plan E, in sintonia con quanto fatto in passato per l’edilizia residenziale pubblica, introduce anche il “Plan Estatal de Vivienda y Rehabilitación“ un programma che si pone come obbiettivo quello di agevolare l’accesso per i cittadini al bene casa sia in regime di affitto sia per la compravendita, promuovere la urbanizzazione per le residenze pubbliche e migliorare il patrimonio abitativo esistente. Anche in questo caso l’obbiettivo è il miglioramento degli edifici da un punto di vista del contesto e dell’efficienza energetica, l’utilizzo di energie rinnovabili e di dispositivi di accesso per persone disabili.

Avranno precedenza e priorità gli strati sociali più in difficoltà come le famiglie con redditi più bassi, anziani, giovani, disabili, famiglie monoparentali o numerose, senza tetto e collettivi a rischio esclusione sociale. A favore delle imprese, invece è stato instaurato il fondo ICO, che consente un migliore finanziamento per la costruzione di VPO (Vivienda de Protección Oficial) attraverso la concessione di crediti sino a 5.000 milioni di euro.

La sostanziale differenza tra queste due manovre europee e il nostro piano casa nazionale sta nella scelta del nostro governo di affidare, in maniera quasi esclusiva, le possibilità di rilancio economico all’iniziativa privata tralasciando quasi completamente la possibilità di investire denaro pubblico su opere di pubblica utilità.

Persino il piano casa di edilizia abitativa varato con decreto del presidente del consiglio dei ministri il 16 luglio 2009, che pone come obbiettivo di realizzare 100.000 nuovi alloggi in cinque anni ha molto più ha che vedere con la proprietà privata che non con la pubblica utilità. Seppur vero che tali alloggi saranno principalmente destinati alle categorie sociali più svantaggiate, risulta quanto meno contraddittoria la scelta di dare gli alloggi in locazione a canone sostenibile consentendone però la vendita dopo 25 anni (10 nel caso ci sia patto di futura vendita). Viene vanificata in questo modo la possibilità di incrementare il patrimonio edilizio pubblico, che ricordiamo vedere l’Italia tra i fanalini di coda in Europa con il solo 5% del totale.

In conclusione potremmo dire che a livello statale ciò in cui veramente più è carente l’iniziativa  anticrisi sull’edilizia del governo italiano è la totale mancanza di interventi sul reale problema abitativo della nostra società, che non consiste soltanto in un incremento del patrimonio edilizio da destinare al sociale ma sopratutto in strategie tali da consentire alle fasce più deboli l’accesso al bene casa. Oggi questa categoria abbraccia una quantità sempre più ingente di persone, tra cui soffrono particolarmente i giovani alle prese con l’acquisto della prima casa e gli anziani alle prese con alloggi che non possono più permettersi. Non si tratta quindi solo di mera costruzione ma di ripensare profondamente il significato di fare residenza sociale in Italia.

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L’anima di una città, Franco La Cecla

…y ventana  y ventana y ventana y
ventana y ventana y otra puerta otra
puerta otra puerta otra puerta.
Hasta el duro infinito moderno
con su infierno de fuego cuadrado,
pues la patria della geometria
sustituye a la patria del hombre.
Pablo Neruda

I versi che Pablo Neruda ha dedicato all’amata Valparaiso in Cile raccontano la differenza tra la città abitata dagli uomini, dove le porte e le finestre sono una festa di confusione e di colore, e la città fatta dal fuoco quadrato della geometria, la città squadrata della dura modernità. Questi versi possono servire come incipit a un lavoro sulla Barcellona della gente e una Barcellona degli urbanisti. La vocazione mediterranea di Barcellona, il grande teatro della socialità e degli scambi che qui si è costituito nei secoli, fa sì che si possa pensare a un equilibrio tra la Barcellona vissuta e quella pensata. Un equilibrio possibile se anzitutto si dà molta dignità al modo in cui la gente ha costruito la propria città e il proprio quartiere, con quel minuto e intenso lavoro che si chiama abitare. Lo diceva anche William Shakespeare molto tempo fa: “What are cities but people?”, “Che altro sono le città, se non persone?”. Una città è anzitutto una grande convivenza di un insieme eterogeneo di persone, parte – una parte piccola – delle quali si conoscono e gran parte delle quali non si conoscono affatto.

Un insieme di case e di palazzi, i più bei monumenti e le migliori architetture, i parchi meglio organizzati e i viali riccamente alberati non costituiscono una città, ma un semplice scheletro dentro cui non c’è vita. Sono le persone a dare l’anima a una città, a conferirle il carattere inconfondibile, a riempire di energia e di voci le strade e le ramblas, a illuminare i più anonimi condomini e le strade più trafficate.

un rosso e un blù, foto di tekenen
El Forat de la Vergonya a Barcellona, foto di Tekenen tratta da Flickr.com

È anche vero però che una città influisce sulle persone che la abitano, che le piazze, le case, le strade hanno un effetto sul modo in cui la gente vive, si incontra, e che esse finiscono per far parte dell’identità delle persone , che spesso le persone finiscono per assomigliare alla propria città. Un grande scrittore siciliano, Elio Vittorini, diceva in un romanzo sulla sua terra, Le città del mondo, che città belle producono “gente bella”, ma città brutte producono pericolosamente “gente brutta”. Belle strade o brutte architetture, palazzoni disumani o magnifici sentieri in mezzo ai monumenti sono in grado di determinare una convivenza buona o cattiva, una maggiore tolleranza tra le persone o invece conflitti e tensioni.

Però, c’è qui un però, gli abitanti possono sempre investire tanta energia in un quartiere o in una zona da trasformare un luogo poco gradevole in n mondo pieno di vita e di varietà. L’attività paziente dell’abitare è in grado, con il passar del tempo, di rendere vivibili anche i luoghi più selvaggi e le periferie più brutte. Insomma all’affermazione precedente, a proposito dell’influenza reciproca tra città e abitanti, occorre sempre aggiungere la considerazione che gli abitanti riescono ad addomesticare, con rare eccezioni, in un modo o nell’altro, con più o meno fatica, il posto in cui abitano.

[tratto da “Contro l’architettura”, di Franco La Cecla]

TIRANA, ARCOBALENO DALL’EST

Cagliari è stata spesso considerata capitale del Mediterraneo se pur il suo dinamismo architettonico urbanistico sembra restare statico negli anni.

Grandi nomi e grandi progetti sono stati proposti per raggiungere i tanto auspicati obiettivi di integrazione sociale tra il quartiere di Sant’Elia e Cagliari. Concorsi, commissioni, progettazione partecipata, lavori iniziati e mai conclusi hanno da tempo afflitto gli abitanti del quartiere, simbolo del degrado e dell’isolamento prodotto dagli insediamenti di edilizia economica e popolare degli anni ‘70.

Dall’Albania arriva un vento di innovazione, una nuova percezione dell’architettura all’interno delle strategie politiche. La città di Tirana è riletta attraverso una prospettiva originale e coraggiosa da un sindaco che prima di essere un politico è un’artista affermato.

Vagabond Journey.com
Vagabond Journey.com

Dopo anni di caos edilizio, dovuto alla troppo veloce urbanizzazione della capitale, Tirana è oggi investita da un processo di regolazione urbanistica gestito dal quarantacinquenne sindaco Edi Rama. Nonostante il passato dittatoriale e la povertà incombente sulla nazione, il giovane sindaco ha saputo ridare luce al grigiore cittadino.

Primo tra tutti gli interventi è stato l’applicazione del piano del colore. Per rivitalizzare il tedio dei palazzoni comunisti Rama ha pensato ad una nuova superficie colorata. Dal grigio cemento le facciate degli edifici dei quartieri lungo i canali sono state trasformate in una passeggiata verde, gialla e viola con alberi e siepi scolpiti. Un intervento proposto e gestito interamente dal sindaco, mirato soprattutto a creare una nuova percezione collettiva del contesto esistente, invece di iniziare completamente da capo la ricostruzione della città. L’azione decisionale del sindaco rappresenta un processo forzato dall’alto al basso, in quanto la scelta dei colori è stata esclusivamente opera della vena artistica del sindaco. Una scelta attuata senza passare attraverso gli intricati percorsi della burocrazia locale. Decisione che può sembrare antidemocratica ma che invece ha promosso il dialogo e la partecipazione delle comunità nel processo decisionale. Infatti in poche settimane nelle strade, nelle piazze, si è cominciato a discutere sul tipo di colore da usare, sull’immagine della città e su come esporre il lato pubblico delle case e della vita che vi scorre all’interno. Così l’arcobaleno di colori proposto dal sindaco si è esteso a molti altri edifici coinvolgendo nuovi artisti e architetti di fama internazionale.

tratto da Vagabond Journey.com
tratto da Vagabond Journey.com

La politica scelta dal sindaco Edi mira ad usare l’architettura come mezzo comunicativo per ridurre gli squilibri sociali e aumentare la qualità della vita. L’architettura quindi si veste di una funzione simbolica e politica: gli spazi pubblici delle città sono non solo oggetto di sperimentazioni artistiche ma contribuiscono anche alla creazione di un nuovo modo di fare politica.

tratto da Vagabond Journey.com
tratto da Vagabond Journey.com

Il piano del colore è stato lo spunto anche per altri interventi di rinnovamento portati avanti da Rama.

Tra questi è presente “ I love to play”, la proposta di creazione di nuovi spazi pubblici da parte del comune. I palazzoni socialisti costruiti su 4 piani distanziano tra loro una ventina di metri. Gli interstizi tra questi blocchi sono stati occupati col tempo abusivamente per usi domestici e quindi tolti alla collettività. La comunità si trovava ad utilizzare come spazi pubblici esclusivamente le infrastrutture cittadine, le strade in cui la maggior parte dei bambini si incontra per giocare.

Il progetto mira a migliorare la qualità di vita di ogni giovane cittadino provvedendo alla creazione di piccoli spazi pubblici all’interno dei singoli quartieri per dare uno spazio sicuro in cui far crescere  le nuove generazioni senza i pericoli delle strade.

La strategia operativa è stata quella di individuare degli spazi adatti alla creazione di mini campi sportivi. Conseguentemente alla scelta del luogo di intervento si è deciso di convertire gli spazi tra i muri dei blocchi socialisti come campi per attività sportive e di aggregazione sociale. La proposta è iniziata dalla piccola scala, da un solo quartiere e questo ha costituito l’esempio guida per tutti gli altri quartieri della capitale.

Accanto al piano del colore e alla creazione di nuovi spazi pubblici, una radicale risistemazione del centro cittadino ha visto la demolizione di milleduecento edifici abusivi sorti durante il periodo post-comunista. Al posto di chioschi, baracche e costruzioni di sussistenza ora si estende un parco verde a due passi da Piazza Skanderbeg.

I palazzi, d’ inconfondibile architettura razionalista, edificati dagli italiani, sono tornati a risplendere. E nuovi palazzi sono sorti, con vetrate e ampie terrazze insieme a locali trendy, café Internet e negozi di lusso. La rinascita è in atto e evidente a tutti.

Il percorso è appena iniziato e i cambiamenti richiesti sono ancora molti ma i primi passi sono sotto gli occhi di tutti. Il rinnovamento non sarebbe potuto iniziare se non dall’alto tramite una presa di posizione decisa e in apparenza anti-democratica. In situazioni di caos edilizio e di squilibrio sociale l’esempio dato  autoritariamente dall’alto può scatenare la reazione dal basso e quindi coinvolgere la popolazione nella voglia di rinnovamento. La percezione della città può essere così trasformata e i progetti di riqualificazione visti con favore anche da parte dei ceti più bassi.


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