Cinque domande a Stefano Boeri

In una intensa serata di fine estate, a Palau, un attivo comune costiero della Gallura, pochi giorni prima della ufficializzazione della candidatura alle primarie del Partito Democratico per il sindaco di Milano , Stefano Boeri lancia tre linee guida su cui investire per governare il prezioso e fragile territorio della Sardegna, puntando sulla reversibilità dei fenomeni che possano essere controllati dalla politica.

  • DIFESA DEL PAESAGGIO. Con una amministrazione che controlla il tempo prima ancora che lo spazio, il tempo lungo del territorio. Basta con l’idea di sviluppo urbano debba essere estensivo, ma occorre tornare alla ruralità, a dare valore ai terreni rurali, territori permeabili di cui l’uomo si prende cura e che l’uomo utilizza per produrre beni immediatamente spendibili attraverso l’agricoltura, la pastorizia, la forestazione, le attività economiche e turistiche legate alla terra come la viticultura e l’agriturismo. Creare anelli di territori abbiano  un utilità evidente, che tornano ad essere vissuti perché sono luoghi di lavoro e di impegno. che siano un valore effettivo.
  • RIUSO E RECUPERO. Puntando più che nel realizzare nuove costruzioni nel recupero di edifici che abbiano una chiara destinazione e utilità pubblica, creando sistemi di riuso come quelli del riutilizzo delle aree militari dismesse o quelli dell’albergo diffuso. La città si trasforma, e il senso delle operazioni portate avanti da un’amministrazione pubblica intelligente dovrebbe essere quella di agire nei centri storici e nei vuoti urbani, creando forme che utilizzino le strutture vuote, che riempiano e riportino vita in luoghi altrimenti inutilizzati.
  • DEMOLIZIONE. L’arroganza e la violenza di chi pensa a demolire pezzi di città e a deportare i cittadini di intere borgate ( così come è stata violenta la loro costruzione 30 anni fa senza piani terra, servizi e commercio), porta a una semplificazione per un tema che non è da esorcizzare: la demolizione. Non è vero che non si può ripristinare il paesaggio. Il paesaggio può essere recuperato, si può recuperare anche con demolizioni molecolari che colpiscano uno dei mali del nostro territorio: l’abusivismo. La creazione di mappe dell’abusivismo sarebbe un modo per dare un segnale forte alle nuove generazioni e proporre un modello di sviluppo possibile anche per le pubbliche e medie imprese della Sardegna che potrebbero specializzarsi e investire nel settore delle demolizioni.

Dopo Nieto y Sobejano Arquitectos, Sardarch intervista Stefano Boeri ponendogli cinque domande sull’architettura e sul territorio contemporaneo.

L’architetto in quest’occasione sottolinea il suo rapporto con l’idea di sviluppo portata avanti negli ultimi anni in Sardegna e anticipa la decisione di sfidare i poteri milanesi impegnandosi attivamente in politica per tentare di cambiare più efficacemente la città e la società in cui vive.


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Architetti in Spagna: un sindacato per recuperare i diritti perduti

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ARTICOLO EL PAIS

30 Settembre 2010

“Per far fronte allo sfruttamento e gli abusi, abbiamo deciso di creare un sindacato”

Il lavoro precario e l’abuso della figura del falso lavoratore autonomo ha lasciato molti giovani senza protezione e li ha allontanati dai sindacati. Due nuove associazioni, degli architetti e degli archeologi, lottano  per recuperare i diritti perduti.

Non appena conclusa la carriera in Architettura, Maria  Lopez si è dovuta scontrare con la realtà lavorativa: “Lavoro da circa 6 anni e non ho mai avuto un contratto. Mai. Ora sono passata da avere uno stipendio di 300 euro in nero ad essere contrattata illegalmente come falso autonomo per circa 21.000 lordi all’anno.”

Maria, architetto di 28 anni, lavora con un’impresa con un orario fisso giornaliero alla stregua di un lavoratore sotto contratto ma, a differenza di questi ultimi, paga di tasca propria una quota di 250 euro di tasse come lavoratrice autonoma che influisce pesantemente sul suo stipendio. Tale situazione non le permette di godere  di tutti i diritti di cui  il resto degli impiegati con un contratto beneficia (contributi per la disoccupazione, malattia, gravidanza).

Come molti dei suoi colleghi è stanca:”apparteniamo a una generazione che accetta qualsiasi cosa. In parte è colpa nostra. Non siamo stati coscienti delle conseguenze. Il problema è stato sempre visibile ma non abbiamo voluto rendercene conto sino a che la crisi ci ha risvegliato”.

Maria si è affiliata al primo Sindacato di Architetti di Spagna (SAE), nato al principio di quest’anno con l’obiettivo di combattere la precarietà lavorativa e ottenere un accordo collettivo per un settore che, a differenze di quello degli ingegneri, patisce una carenza di protezione legale.

Il sindacato, che non rivela il numero dei suoi affiliati, calcola che circa il 60% degli architetti che lavorano in Spagna sono falsi autonomi. “Lottiamo soprattutto contro tutti quegli architetti di un’altra generazione che hanno fomentato un sistema illegale”, spiega Ramón Durántez (35 anni), portavoce del SAE. “Vogliamo proteggere gli architetti che lavorano per conto proprio, sfruttati e del cui lavoro si abusa” spiega Durántez, che tentò invano che uno dei grandi sindacati lo accogliesse tra le proprie fila. “Per questo  ci siamo costituiti come sindacato, perché le altre istituzioni ci diano maggior importanza. Siamo ottimisti”, aggiunge. “Sappiamo che ci sono altri modi per organizzarci e forme per poter portare avanti il nostro lavoro”.

Nelle professioni relazionate con il settore delle costruzioni, la comunicazione e l’ambiente – tra le altre – si sta abusando della figura del falso lavoratore autonomo. Persona senza un contratto regolare ma che instaura una collaborazione fissa con l’impresa. Senza contratto, si è maggiormente esposti a rischi, dentro una spirale che la crisi attuale ha aggravato.

Sole Gil (33 anni), si trova nella stessa situazione di Maria. Appartenente alla prima Associazione Madrilena di Lavoratori e Lavoratrici in Archeologia (AMTTA), vuol mettere fine al vuoto legislativo della sua professione, priva di un accordo collettivo. “Prima del boom si poteva trovare qualche lavoro di qualità, durante il boom la qualità è venuta meno per tutti, e ora solo Dio sa dove siamo diretti”, spiega.  La sua professione, eccetto per alcuni privilegiati, è molto lontana dall’idea di avventura che gli si attribuisce. Mentre gli operai della costruzione sono accolti e tutelati da un accordo collettivo di settore, gli archeologi – che sono incaricati per legge a catalogare possibili resti storici che appaiano durante un cantiere – non godono di nessun tipo di tutela e non sanno a chi rivolgersi. “ Nel cantiere della M-30, gli operai avevano uno stipendio considerevolmente più alto rispetto a quello degli archeologi, si parla di quasi 400 euro in più,” racconta Jaime Alamansa, archeologo di 26 anni.

La totale mancanza di tutela per gli architetti e gli archeologi si deve alla mancanza di regolamenti lavorativi ma anche alla situazione del mercato. La crisi ha devastato queste due professioni legate al mondo della costruzione. Da anni di lavoro mal pagati si è passati ad un aumento della precarietà o, direttamente, alla disoccupazione. Quando un impresario mi offre 700 euro per lavorare tutto il giorno, e non ho delle condizioni legislative che mi possano tutelare, solo posso dire no al lavoro e lottare per la mia dignità”, spiega Sole.

Tradizionalmente, la tutela è sempre stata garantita dai sindacati. Nonostante questo, la temporaneità, le condizioni precarie e la demotivazione hanno allontanato i giovani da questi ultimi. Un esempio: dei 1.203.000 affiliati ai Sindacati Operai, solo 250.000 hanno meno di 35 anni. E di questi ultimi, i minori di 3 rappresentano solo il 10% (circa 25.000). Questo nonostante affiliarsi a un sindacato comporti un costo di soli 11 euro al mese (6 euro per i disoccupati).

“I giovani hanno reso naturale la precarietà”, segnala LauraAuñón, di 30 anni, responsabile dei giovani del CC00 del País Valenciano, che spiega che il grado di affiliazione è solito crescere quando il lavoratore ottiene un contratto a tempo completo o indeterminato. Auñón, affiliata dall’età di 20 anni, assicura che, a fronte  della scarsa attrazione che i sindacati genera tra i giovani, la cosa più importante è informare: “ Un contratto deve avere dei diritti, di qualsiasi tipo siano, di tre ore o quaranta. È fondamentale che i giovani siano organizzati”.

Con il suo piccone e la pala per gli scavi da cantiere, Sole pensa lo stesso: “ Se non lavoriamo tutti, non andiamo avanti”

IN CIFRE

– IL 93,1% dei giovani tra i 20 e i 24 anni non è mai appartenuto a un sindacato o ad una associazione di impresari (CIS, 2009); l’5,3% tra quelli tra 25 e 29 anni.

– il 9,8% dei minori di 30 anni che lavora lo fa con una attività propria, in totale 166.370 (Injuve, 2009).

Il Sindacato degli architetti calcola che il 60% deigli architetti che esercitano la professione sono falsi autonomi.

“Architetti senza lavoro in Spagna” Reportage tratto da El Pais

Reportage tratto da El Pais del 28 luglio 2010, sulla situazione lavorativa dei giovani architetti spagnoli. Lo proponiamo come punto di partenza per un dibattito sulla situazione lavorativa dei giovani progettisti in Italia e in particolare in Sardegna. Non esitate a scrivere un commento all’articolo!

Collettivo: Architetti senza lavoro.

Quanti sono? 51.177 iscritti all’albo, 3.576 ufficialmente disoccupati, il 7 percento del totale, e 30.419 stanno frequentando l’università.

Effetti della crisi: Il numero di edifici (di opere nuove, di uso residenziale e non residenziale) ultimati ad aprile del 2010 è di 3.045 con un caduta del 84% rispetto a quelli di un anno buono,come il 2005, con 20.065 edifici ultimati ad aprile. Il consumo di cemento è sceso, secondo la stessa fonte, da 55.998.000 tonnellate nel 2007 a 28.646.000 nel 2009.

Gruppo dell’incontro: Ricardo Paternina Soberón, 30 anni, disoccupato dal mese gennaio.

Quando? Martedi 27 Luglio alle 18.00, nella sua casa del quartiere madrileno di Lavapiés.

Ricardo Paternina Soberón, nella scala del suo appartamento - tratta da elpais.com

Ricardo Paternina appartiene a quella generazione di giovani spagnoli iperformati che, finendo gli studi, hanno incontrato un panorama lavorativo tanto effervescente quanto desolante, in cui la loro preparazione si traduceva in stipendi nemmeno milleuristi ma vicini al salario minimo interprofessionale, con l’aggravante di avere però “moltissime responsabilità senza alcuna tutela”. Gli stessi giovani che, abituati a guadagnare una miseria, a giornate lavorative di 12 ore, a nottate di lavoro senza dormire per finire una consegna ed a fine settimana non pagati, si sono trovati di botto disoccupati, in una situazione angosciante per la quale non vedono uscita e che fa loro ripensare agli anni passati a lavorare in condizioni deplorevoli come “il paradiso”. Il loro caso è doppiamente ingiusto, poiché la precarietà lavorativa si è prodotta in un settore vivace, quello del mattone, che viveva gli anni della bolla inarrestabile. Fino a che quando si è fermato e “ha cancellato” letteralmente dal mondo lavorativo migliaia e migliaia di muratori, pittori, falegnami, idraulici, elettricisti, architetti, geometri, costruttori, promotori immobiliari…

Nato a Santander, ha studiato Architettura a San Sebastian, specializzandosi successivamente con un anno di formazione in Olanda ed un altro in Inghilterra. “Sono sei anni di studi, uno per il progetto di tesi, mille corsi, quattro anni di dottorato…”. Ha terminato la carriera nel 2006, si è trasferito a Madrid e da allora ha lavorato e si è formato “moltissimo” in ogni tipo di studi, “grandi, medi e piccoli”, nei quali è arrivato a realizzare “progetti molto importanti, di alto livello” toccando tutti i campi della sua professione:  progetti esecutivi, restauri, residenze, centri per i giovani, “diverse tipologie di edifici in paesi esotici ed emergenti del Medio Oriente…” Preferisce, però, non fare nomi perché sa che “non piacerebbe ciò che deve dire” e non vuole “criminalizzare” alcuni studi e “discolparne” altri quando la situazione “è comune a tutti”.

Il problema dei ‘falsi autonomi’

All’inizio hai tanta voglia di lavorare che accetti qualsiasi cosa. Quando mi stancavo dello sfruttamento, cambiavo ad un altro posto, cercando condizioni migliori e per avere una prospettiva globale dell’architettura”, spiega seduto nella terrazza del suo appartamento, in affitto e condiviso, in Lavapiés, il quartiere più multirazziale di Madrid. Per sfruttamento si riferisce al pane quotidiano di migliaia di professionisti del suo settore che lavorano come se fossero dipendenti per studi che, tuttavia, non fanno contratti ma pagano un fisso tramite fatture e obbligano a lavorare come autonomi ed a pagarsi la Previdenza sociale, senza extra, senza ferie, senza diritto a cassintegrazione, con licenziamento libero e senza costo… Sono i falsi autonomi.

Durante il suo viaggio per tutti i mondi e sottomondi dell’architettura, ha guadagnato  da “un minimo di 900 euro lordi al mese ad un massimo di 1.800”, benché la media fosse di 1.200/1.400.

Ma sottolinea la sfumatura di “lordi” e fa un esempio, estratto del combattivo blog arquitectosexplotados. “In un caso ipotetico di un lavoratore dipendente e di un falso autonomo che guadagnino entrambi 1.700 euro al mese, al secondo rimarrebbero netti  792 euro al mese perché sono 12 mensilità (non 14) deve pagarsi la Previdenza sociale o l’Ordine degli Architetti, un’assicurazione per il caso in cui rimanga in disoccupazione…”. “Conosco molti amici che sfiorano il salario minimo, quando io in Olanda sono arrivato a guadagnare come tirocinante (come tirocinante!) 2.500 euro puliti“, sottolinea indignato ma senza abbandonare il suo tono educato e tranquillo, per aggiungere che tutti i suoi colleghi e conoscenti sono nella stessa situazione e che non ha mai visto un’ispezione lavorativa in nessuno degli uffici per i quali ha lavorato e che non conosce nessun collega che abbia denunciato qualcosa.

Come esempio paradigmatico del fenomeno, “un cocktail molotov al quale si arriva sommando la sovrabbondanza di professionisti con onorari liberalizzati ed un complesso Codice Tecnico dell’Edilizia”, Ricardo ricorda lo slogan che lo studio londinese dello spagnolo Alejandro Zaera Polo usò per reclutare tirocinanti “che stanno ancora peggio dei falsi autonomi”. Direttamente recitava:  Cercasi schiavi“. La cosa peggiore è che questa situazione è “completamente generalizzata” e molti studi di architettura, benché vogliano trattare meglio i propri lavoratori, non lo fanno “perché perdono vantaggio competitivo rispetto agli altri.” “Nei concorsi pubblici fanno punteggio i ribassi degli onorari e si sono arrivati a vedere  ribassi del 45 percento. Come? Tagliando gli stipendi“Tutti abbiamo la colpa, quelli che propongono queste condizioni e quelli che le accettano”. Era, a suo giudizio, un’epoca di “perfetta asimmetria” nella quale un’ingente quantità di guadagni rimaneva “in mani di molto pochi”. pagati ai propri schiavi. Si nutrono di gente che possono tranquillamente lasciar andar via poiché ci sarà sempre altra gente disposta ad inghiottire tutto senza lamentarsi perché non ha dietro”un paracadute”.  Ricardo non incolpa né discolpa nessuno di questo circolo vizioso:

“Ma in questa situazione è arrivata la crisi“, dice con un mezzo sorriso ironico, che lo ha beccato in uno studio importante nel quale lavorava da un anno e mezzo. “Finirono i lavori e dovemmo andarcene” per strada, lui ed altri 10 colleghi. Da gennaio di 2010 è ufficialmente disoccupato, come altri 3.576 colleghi, benché dubiti, e molto, di questi dati perché nel suo settore c’è “molta economia sommersa”, “molti uffici aperti senza aver incarichi” e molta gente “che vivacchia”. In questi sei mesi non ha ricevuto “una sola chiamata dell’ufficio dell’Inem dove, quello sì, si congratularono per il suo magnifico curriculum e per la sua specializzazione.   Per lui, l’ultima cosa che gli hanno offerto e a cui ha rinunciato”per principio” è un stipendio da “tre a cinque euro l’ora e senza contratto”, quando “una donna delle pulizie ne guadagna 12 e con contratto”. “Mi rifiuto di continuare a collaborare alla svalutazione dell’architettura, ad accettare onorari tanto al di sotto di quelli di qualsiasi altro professionista, preferisco lavorare in qualunque altra cosa che mi permetta di guadagnare per vivere ed avere tempo per continuare a cercare lavoro nel mio campo, per continuare a fare la tesi e altri corsi”. In realtà, è appena ritornato da Santander da un corso e non smette di partecipare a concorsi e di diversificare il suo curriculum per abbracciare altri campi relazionati all’architettura come design grafico, arredamento, calcolo di strutture, installazioni… “L’idea è non fermarti, continuare a fare architettura in qualsiasi sua forma”.

“Non ho perso la dignità”

Per sopravvivere, accetta lavori occasionali dando informazione in un stand della fiera Ifema. “Non ho perso la dignità né bisogna vergognarsi di niente”, condanna con una coerenza ed una dignità schiacciante. Nella sua innocenza, pensava che un giovane disoccupato, figlio di genitori divorziati e con una madre che non lavora, che ha studiato tutta la carriera con borse di studio, senza risparmi né entrate né proprietà, avrebbe potuto accedere a qualche sussidio. “Ma mi han risposto che non sono né alcolizzato né drogato né ex carcerato né un pericolo per la società.” Cosicché ragazzo, arrangiati da solo. In questo “inferno”, nel quale nessuno ti aiuta “perché si suppone che abbia una capacità bestiale di trovare lavoro (però quando ce n’è)”, arrivò persino a pensare di andare alla mensa sociale, ma i suoi amici l’hanno aiutato e dissuaso. Ricardo che condivide l’appartamento con una sceneggiatrice, anche lei disoccupata, e per il quale paga 370 euro al mese più spese, non capisce il paradosso di un paese nel quale “alcune persone acquisiscono gran quantità di conoscenze e lavorano per chi non le ha, molti di questi senza alcun tipo di etica”, in riferimento ad alcuni promotori e costruttori “sfruttatori ed opportunisti” che hanno propiziato la brutta immagine che si ha dell’edilizia.

Non si capisce come sia possibile che un “idraulico senza alcuna formazione” ti faccia un “lavoretto insignificante in casa” con silicone e riscuota “parcelle esagerate”. “Chiunque guadagna molto più di te, un cameriere, un muratore, un disegnatore”, si lamenta. Ma, soprattutto, è “arrabbiato” verso lo Stato:  “Tra tutte le cose paghiamo il tanto tempo, denaro e sforzo nella formazione degli universitari, perché in realtà costa molto più di quello che si paga come tasse di iscrizione, e dopo non si è creata una struttura per mantenerli in un paese che ti espelle”. Interrogato se, vista la situazione, sapendo ciò che ora sa e dopo sei mesi di disoccupazione, tornerebbe a studiare architettura, ride a crepapelle, per la prima volta in tutta l’intervista, e dice decisamente sì con la testa. Quella stessa domanda l’ha fatta mille volte a sé stesso ed altri colleghi nella sua stessa situazione. “Sì, senza dubitare nemmeno un minuto, la mia scelta è completamente vocazionale e fino alla fine, costi quello che costi. È la forma in cui mi piacerebbe vivere, benché se lo domandassi a moltissima altra gente ti direbbe di no.”

Che cosa si potrebbe fare per migliorare questa nera prospettiva, con professionisti disoccupati ed uno stock di 800.000 abitazioni invendute? “In primo luogo legalizzare la situazione lavorativa degli architetti che lavorano per altri, chiarificare i loro diritti ed obblighi, pagargli un salario dignitoso, ed aprire nicchie lavorative in cui ricollocare l’eccedenza di professionisti. Ci sono sempre cose da fare, c’è bisogno di servizi pubblici, recuperi di abitazioni… l’architetto deve stimolare la città e mantenerla in costante evoluzione. Sull’eccedenza di abitazioni non è che non ci sia domanda, che c’è, ma non a quei prezzi, benché io non sia né politico né economista.”

“Viviamo un’instabilità bestiale. Hanno distrutto tutte le nostre aspettative, ci hanno lasciato senza possibilità di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno”, confessa con tutta la sua crudezza e facendosi estemporaneo portavoce dei trentenni, per sottolineare che in Spagna “l’orologio biologico umano non coincide con quello lavorativo, portando allo scoraggiamento e alla depressione”. La sua speranza è avere “una vita stabile, semplice e tranquilla, dedicata all’architettura e con un posto in cui poter vivere”. Il suo sogno è aprire uno studio ed avere quel “primo incarico di un progetto intero in cui poter esprimere”, finalmente, tutte le proprie conoscenze “in qualcosa di costruito”, ma sa che è difficile, tra altre ragioni, per l’investimento iniziale che richiede, per “la complessità e l’ingente lavoro aggiuntivo” introdotto dal Codice Tecnico dell’Edilizia e perché i professionisti devono pagare l’assicurazione di responsabilità civile per 10 anni. “Questo ti obbliga ad assicurare un portafoglio clienti che ti permetta di coprire dette spese per 10 anni”, spiega. A settembre farà “un ultimo tentativo” col suo migliore amico, anch’egli architetto, col quale tenterà di mettere in moto alcune delle sue molte idee, come “aprire un’impresa di accessori di architettura”, e presentarsi a concorsi. Se non funziona, se non potrà “esercitare degnamente la sua professione”, andrà in un altro paese come Olanda, Germania o Svizzera dove lo trattino “meglio.”

STAMPAXI WALL – Partecipare, riflettere, riconquistare la città

“La questione sul tipo di città che vogliamo non può prescindere dal tipo di relazioni sociali, dal rapporto con la natura, dello stile di vita, delle tecnologie e dei valori estetici che desideriamo. Il diritto alla città è molto più che la libertà individuale di aver accesso alle risorse urbane, si tratta del diritto di cambiare noi stessi cambiando la città. La libertà di fare e rifare le nostre città è uno dei nostri diritti umani più preziosi e allo stesso tempo più trascurati.” (David Harvey – Il diritto alla città)

Stampaxi wall é innanzitutto un progetto di partecipazione, di collaborazione, di reti che si uniscono con uno stesso scopo, portato avanti in questi mesi nel vuoto urbano tra Via Fara e Via Santa Margherita a Cagliari. Stampaxi Wall é, più che una installazione estremamente temporanea, un muro parlante, generato dalle idee e dai suggerimenti dei cittadini e tirato su grazie alla collaborazione dei generosi volontari presentatisi un’ assolata domenica mattina.

Un muro che sottolinea la sempre più impellente necessità di rendere partecipe, di coinvolgere come parte attiva una cittadinanza sempre meno tollerante rispetto a progetti che piovono dall’alto e che vedono l’utente finale, il cittadino, costretto ad adeguarsi a spazi urbani costruiti esclusivamente nell’interesse di pochi.

Stampaxi Wall non cela intenzionalità progettuale, non è una protesta contro questo o quel progetto, né ha nessun secondo fine che non sia quello di invitarci a riflettere sulla nostra città e sull’utilizzo che oggi facciamo dello spazio pubblico. Gli scambi sociali sono sempre meno legati agli spazi pubblici, assistiamo ad una crescente e costante privatizzazione del nostro tempo libero che tende a legarsi sempre più a spazi per il consumo, bar, ristoranti, centri commerciali, palestre.

“Spazi socialmente omogenei che rendono improbabili incontri con persone socialmente diverse, spazi che rendono sempre meno utili gli spazi pubblici dal punto di vista della propria funzione di aggregazione sociale” (Mike ArambuM, UAB)

Stampaxi Wall, attraverso il paradossale regolamento che compone la scritta “NON È UNA PIAZZA” è quindi un invito a riflettere sulla nostra reale necessità di spazio pubblico e un invito a riconquistare le nostre città, a riappropriarci di spazi che passivamente lasciamo degradare perché nulla apportano al nostro stile di vita, dimenticando la responsabilità di ognuno di noi nei confronti del luogo in cui vive, la responsabilità di essere cittadini.

IL PROGETTO

Il progetto ha preso il via a gennaio su ispirazione di alcune esperienze portate avanti dal collettivo newyorkese Illegal Art e ripreso in Spagna e Argentina dal Colectivo Trecediecinueve. Rispetto all’originario progetto raccontato nel “Suggestion book” , che prevede una raccolta itinerante di suggerimenti spontanei su un qualunque argomento, il nostro indirizza i suggerimenti raccolti verso uno spazio fisico ben preciso, lo sterrato di via Fara nel cuore del centro storico cagliaritano.

IL VUOTO URBANO

Questo ampio vuoto urbano nel quartiere storico di Stampace è stato interessato nel 1994 da un brutale sventramento per motivi igienico sanitari e, per diversi anni, ha ospitato un campetto da calcio, che costituiva uno dei principali spazi di aggregazione per i ragazzi del quartiere, e uno spazio parcheggio libero. Oggi è, in gran parte, dato in gestione all’associazione dei balestrieri di Cagliari, e versa in uno stato di degrado e incuria, dovuto a un imbarazzante immobilismo dell’amministrazione a fronte degli interessi dei proprietari e dei vincoli presenti sull’area, nonostante venga definita come strategica in tanti documenti di pianificazione redatti negli ultimi decenni.

LA SCATOLA DEI SUGGERIMENTI

Durante il mese di Gennaio 2010, Sardarch ha organizzato alcune giornate di raccolta delle idee e delle proposte dei cittadini interessati a quest’area attraverso la “scatola dei suggerimenti”, una scatola di cartone con una piccola fenditura sulla parte superiore in cui le persone incontrate casualmente nelle vie di Stampace alto e invitate a partecipare tramite internet hanno potuto inserire il proprio suggerimento.

La scatola dei suggerimenti, foto di Fabio Macis

Le idee raccolte appartengono a persone di tutte le età, residenti di Stampace e non: tutte le persone che passando di fronte alla nostra postazione in Via Azuni hanno dedicato tempo e immaginazione per dare un contributo alla reinterpretazione di questo vuoto urbano.

Gli oltre 160 suggerimenti raccolti sono stati catalogati in alcuni gruppi principali (spazi verdi, attività sportive, parcheggi e contenitori di aggregazione), a cui ne abbiamo aggiunto uno che comprende le proposte in cui si prevede un insieme di funzioni diverse (mixed use) e un altro che abbiamo preferito considerare senza categoria, che comprende idee e proposte molto diverse.

IL MURO

L’ultima fase del progetto è stata l’esposizione dei risultati della raccolta di suggerimenti, attraverso un’installazione temporanea che ha coinvolto una ventina di giovani cittadini.

L’installazione è consistita in un muro di pannelli in cartone riciclato ricoperti da fogli A4 verdi (contenenti i suggerimenti dei cittadini) e bianchi (contenenti un paradossale regolamento sull’uso dello spazio pubblico). La composizione di fogli verdi e bianchi e’ stata concepita in modo da creare la scritta bianca “NON E’ UNA PIAZZA” su sfondo verde.

Il muro successivamente è stato innalzato lungo il margine del vuoto che negli ultimi anni è stato precluso all’uso dei cittadini che hanno iniziato ad usarne i bordi in modo spontaneo (come supporto per stendere i panni, come seduta all’ombra, ecc).

NON È UNA PIAZZA

Il muro contiene una duplice provocazione-messaggio con la scritta “NON È UNA PIAZZA”, attraverso la reiterazione di un regolamento che vuol mettere in evidenza il fatto che le nostre attività sociali tendono sempre più a divincolarsi dallo spazio pubblico relazionandosi solo a spazi privati e del consumo.

NON È UNA PIAZZA rappresenta in primo luogo la riaffermazione del fatto che quello spazio ora non è una piazza, non è ciò che i cittadini in gran parte vorrebbero. Il testo del regolamento, invece, porta tutti a riflettere sul fatto che noi stessi, che a gran voce reclamiamo una piazza, forse non ne abbiamo davvero bisogno se non modifichiamo il nostro stile di vita che esclude lo spazio pubblico da gran parte delle attività che tradizionalmente lo caratterizzano. Di conseguenza un’esortazione: riappropriamoci dello spazio pubblico, viviamolo.

STAMPAXI WALL – Non è una piazza

Stampaxi Wall - 06/06/2010 - Foto di Laura Tandeddu

NON É UNA PIAZZA

É ASSOLUTAMENTE VIETATO L’INGRESSO A VECCHI E BAMBINI

(per la loro sicurezza é consigliato un luogo chiuso e controllato)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO FARE UNA PASSEGGIATA

(la tua nuova macchina fa addirittura 10 km al litro)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO INCONTRARE GLI AMICI

(è sempre meglio vedersi in un bar accogliente)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO CORRERE

(per mantenersi in forma il tapis roulant é perfetto)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO ANDARE IN BICICLETTA

(il corso di spinning fa al caso tuo)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO FARE PIC-NIC

(al fast food ti regalano anche i sorrisi gratis)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO PRENDERE IL SOLE

(prenditi uno sdraio in uno stabilimento)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO RILASSARSI

(sicuramente c’ è qualcosa di urgente che devi risolvere)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO GIOCARE A PALLONE

(con la tua nuova playstation puoi battere qualsiasi squadra)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO SUONARE STRUMENTI MUSICALI

(potrebbero coprire il suono dei clacson)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO INTRATTENERE CON SPETTACOLI ARTISTICI

(al multisala non perderai neanche un film)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO FARE POLITICA

(lasciala fare ai professionisti in tv e nelle sedi di partito)

É ASSOLUTAMENTE VIETATO SDRAIARSI SUL PRATO

(puoi provare su quello di Windows)

STAMPAXI WALL – Idee per reinterpretare lo spazio pubblico

DOMENICA 6 GIUGNO ALLE ORE 12:00 IN VIA SANTA MARGHERITA, CAGLIARI

Sardarch invita tutti gli interessati e i curiosi all’installazione organizzata per esporre i risultati della raccolta di suggerimenti per il vuoto urbano di via Fara

Ultima fase del progetto di partecipazione urbana per la reinterpretazione degli spazi pubblici della città di Cagliari, ispirato dal progetto “Suggestion Book” del collettivo newyorkese Illegal Art, ripreso in Spagna e Argentina dal Colectivo Trecediecinueve.

Il luogo di azione è il grande vuoto urbano di Stampace alto, lo sterrato tra via Fara e via Santa Margherita, interessato dagli sventramenti del 1994, su cui Sardarch ha deciso di raccogliere idee e proposte dei cittadini attraverso la scatola dei suggerimenti, una scatola di cartone con una piccola fenditura sulla parte superiore in cui le persone possono inserire il proprio suggerimento.

La scatola dei suggerimenti, foto di Fabio Macis

Nella convinzione che la città ha senso in quanto luogo di incontro, e che i cittadini debbano riappropriarsi attivamente degli spazi della città invitiamo tutti coloro che sono interessati a collaborare per la preparazione dell’installazione ad inviare una mail con la propria disponibilità all’indirizzo

sardarchblog@gmail.com

STAMPAXI MOB – Nella scatola dei suggerimenti

Dopo i primi due appuntamenti del Stampaxi mob, in cui abbiamo raccolto opinioni e pensieri sul vuoto urbano tra via Fara e via Santa Margherita, illustriamo i risultati raccolti con la scatola dei suggerimenti.Le idee proposte sono state scelte come rappresentative dei più di 160 biglietti proposti e appartengono a persone di tutte le età, residenti di Stampace e non: tutte le persone che passando di fronte alla nostra postazione in Via Azuni hanno dedicato tempo e immaginazione per dare un contributo alla reinterpretazione di questo vuoto urbano tra i più vasti del centro storico cagliaritano.

Stampaxi mob II - Foto di Fabio Costantino Macis

Parcheggi, attività sportive, spazi verdi e contenitori di aggregazione sono i gruppi principali in cui abbiamo catalogato i suggerimenti che ci son stati affidati dentro la scatola, a cui ne abbiamo aggiunto uno che comprende le proposte in cui si prevede un insieme di funzioni diverse (mixed use) e un altro che abbiamo preferito considerare senza categoria.

Stampaxi mob II - Foto di Fabio Costantino Macis

Vogliamo condividere con i sostenitori dell’iniziativa il successo della raccolta e, in attesa del prossimo passo, siamo molto interessati a raccogliere ulteriori commenti ai bigliettini stessi o a nuove idee.

Buona lettura!

Parcheggi

Attività sportive

Spazi verdi

Contenitori di aggregazione

Mixed use

Senza categoria


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