L’anima di una città, Franco La Cecla

…y ventana  y ventana y ventana y
ventana y ventana y otra puerta otra
puerta otra puerta otra puerta.
Hasta el duro infinito moderno
con su infierno de fuego cuadrado,
pues la patria della geometria
sustituye a la patria del hombre.
Pablo Neruda

I versi che Pablo Neruda ha dedicato all’amata Valparaiso in Cile raccontano la differenza tra la città abitata dagli uomini, dove le porte e le finestre sono una festa di confusione e di colore, e la città fatta dal fuoco quadrato della geometria, la città squadrata della dura modernità. Questi versi possono servire come incipit a un lavoro sulla Barcellona della gente e una Barcellona degli urbanisti. La vocazione mediterranea di Barcellona, il grande teatro della socialità e degli scambi che qui si è costituito nei secoli, fa sì che si possa pensare a un equilibrio tra la Barcellona vissuta e quella pensata. Un equilibrio possibile se anzitutto si dà molta dignità al modo in cui la gente ha costruito la propria città e il proprio quartiere, con quel minuto e intenso lavoro che si chiama abitare. Lo diceva anche William Shakespeare molto tempo fa: “What are cities but people?”, “Che altro sono le città, se non persone?”. Una città è anzitutto una grande convivenza di un insieme eterogeneo di persone, parte – una parte piccola – delle quali si conoscono e gran parte delle quali non si conoscono affatto.

Un insieme di case e di palazzi, i più bei monumenti e le migliori architetture, i parchi meglio organizzati e i viali riccamente alberati non costituiscono una città, ma un semplice scheletro dentro cui non c’è vita. Sono le persone a dare l’anima a una città, a conferirle il carattere inconfondibile, a riempire di energia e di voci le strade e le ramblas, a illuminare i più anonimi condomini e le strade più trafficate.

un rosso e un blù, foto di tekenen
El Forat de la Vergonya a Barcellona, foto di Tekenen tratta da Flickr.com

È anche vero però che una città influisce sulle persone che la abitano, che le piazze, le case, le strade hanno un effetto sul modo in cui la gente vive, si incontra, e che esse finiscono per far parte dell’identità delle persone , che spesso le persone finiscono per assomigliare alla propria città. Un grande scrittore siciliano, Elio Vittorini, diceva in un romanzo sulla sua terra, Le città del mondo, che città belle producono “gente bella”, ma città brutte producono pericolosamente “gente brutta”. Belle strade o brutte architetture, palazzoni disumani o magnifici sentieri in mezzo ai monumenti sono in grado di determinare una convivenza buona o cattiva, una maggiore tolleranza tra le persone o invece conflitti e tensioni.

Però, c’è qui un però, gli abitanti possono sempre investire tanta energia in un quartiere o in una zona da trasformare un luogo poco gradevole in n mondo pieno di vita e di varietà. L’attività paziente dell’abitare è in grado, con il passar del tempo, di rendere vivibili anche i luoghi più selvaggi e le periferie più brutte. Insomma all’affermazione precedente, a proposito dell’influenza reciproca tra città e abitanti, occorre sempre aggiungere la considerazione che gli abitanti riescono ad addomesticare, con rare eccezioni, in un modo o nell’altro, con più o meno fatica, il posto in cui abitano.

[tratto da “Contro l’architettura”, di Franco La Cecla]

Barcelona calling

Architettura di emozioni e simboli, in divenire, rispettosa del contesto e che da esso ne trae forza e significato. Un’architettura che ha timore di imporsi con arroganza e che si inserisce nella città in punta di piedi ma senza la paura di diventarne un simbolo della sua complessità. Molteplicità di forme e percezioni, a seconda del punto di vista e dell’ora del giorno. Una architettura che nasce, cresce e cambia nel tempo e con la città. E una città che accoglie e genera l’architettura, specchiandosi e riconoscendosi in essa.

Sono alcuni spunti che Benedetta Tagliabue ci offre presentando i suoi ultimi lavori, iniziati quasi tutti in collaborazione con il marito Eric Miralles (Barcelona 1955-2000), e realizzati dallo studio EMTB nel Passatge de la Pau di Barcelona.

Alla città modernista per eccellenza, in effetti, Benedetta deve gran parte della sua fortuna dato che lo studio che dirige è uno dei più apprezzati dall’opinione pubblica iberica, investito l’incarico di realizzare il padiglione che rappresenterà la Spagna all’EXPO di Shangai 2010.

Dei progetti esposti quello della torre per il Gas Natural, recentemente terminato a Barcellona, è fortemente emblematico della sua poetica architettonica, in cui l’attenzione per il contesto e il valore simbolico dell’opera interagiscono strettamente.
Interessante è il contesto in cui questo edificio viene realizzato, e le circostanze che ne hanno reso possibile l’attuale configurazione. Barcellona negli ultimi anni ha dato vita a un omonimo modello urbanistico in cui fondamentale è il rapporto tra settore pubblico e privato, e che in questo progetto trova applicazione pratica e ha giocato un fattore chiave. La compagnia Gas Natural, infatti, dialogando e pattando con la città, ha ottenuto di poter costruire la torre di rappresentanza proprio nello stesso luogo in cui nacque nel XIX secolo (segno della volontà della compagnia di andar avanti senza dimenticare le proprie origini). La politica urbanistica della città non prevedeva però la possibilità di costruire tanto in elevazione in quel luogo, ma grazie alla collaborazione tra l’amministrazione pubblica e la compagnia si è giunti al compromesso di potersi alzare per 20 piani tramite la cessione alla comunità della parte del piano terra, che diventa pubblico, e impegnandosi a creare in tutto il lotto su cui insiste l‘edificio un parco per la cittadinanza.
Il luogo stesso, alle porte del quartiere della Barceloneta, ha influito sostanzialmente nella concezione formale dell’edificio che si trova a interagire con differenti e contrastanti forze della città (il Parc de la Ciutadella, l’Arc de Triomf, la Ronda litoral, le Torri Olimpiche, la Stazione di Francia). L’asse monumentale creato dal Parc de la Ciutadela tagliato dalla via del treno e dalla strada a scorrimento veloce, porta alla concezione di una frattura nel volume dell’edificio, frattura che diventa il luogo in cui tutti possono sperimentare la sensazione di verticalità, una strada pubblica in cui si situa la lobby di entrata, fruibile da tutta la comunità cittadina.
Il progetto nel tempo è andato mutando e cambiando alla ricerca di una forma che al meglio si confacesse al luogo e alla sua funzione. Importante infatti è il rapporto che questa torre avrebbe avuto con le altre torri di Barcellona, in primo luogo con le torri olimpiche, Mapfre e Arts Hotel, degli architetti Iñigo Ortiz y Enrique de León e Bruce Graham (che sono il doppio in altezza) e con la torre Agbar di Jean Nouvel (realizzata in contemporanea ma con una concezione molto diversa di approccio al contesto urbano). Rispetto a queste, non potendo competere con loro in altezza, si vuole distinguere per un carattere differente. Perciò la forma di questa torre urbana fin dall’inizio non ha voluto essere un volume unico, ma attraverso la sperimentazione e il lavoro sui numerosissimi modelli si è arrivati a quella attuale, fino a definirne tutta la struttura e il rapporto con la facciata.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la cosiddetta “portaerei”, un corpo in aggetto dallo sbalzo di 35 metri, che entra in relazione orizzontale con gli altri edifici che si affacciano sulla ronda litoral e porta alla concezione di questo volume che porta continuità nella facciata della strada creando però una porta verso il mare che idealmente si rapporta con l‘Arco di Triomf.
Dall’analisi di questo progetto si evince come la molteplicità, di eco parmenideo, sia parola importante per il lavoro di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue, una molteplicità che si svela in un approccio progettuale nascente dalla preoccupazione di non creare un edificio che rappresenti per la comunità un simbolo univoco e totalizzante, preferendone invece uno che non si imponga, che lasci libertà, molto tollerante, e che crei relazioni con l’architettura con cui si trova a condividere lo spazio urbano.
Altra idea chiave della visione dell’architettura data da Benedetta Tagliabue è la importanza di considerare un edificio nella completa interezza della sua vita (riprendendo e portando agli estremi la teoria del restauro di Ruskin), che richiama il dibattito sempre acceso sulla concezione del “tutto e subito” nel mondo contemporaneo. Sempre meno infatti la nostra società è abituata ad accettare che tutto si trasforma e ha delle fasi diverse al largo della sua vita (da un albero a un edificio, da un paesaggio a un essere umano) e soprattutto poco è abituata ad accettare la pari dignità di ognuna di queste fasi, considerando spesso come unica valida e degna di interesse quella della maturità. Benedetta Tagliabue fa notare che in architettura è estremamente importante anche la fase della costruzione dell’opera, la fase del cantiere, che per di più tiene un valore unico per la sua effimeratezza in comparazione con l’opera finita che per un più largo periodo di tempo avrà la sua forma definita. Per questo tanta importanza hanno per il suo studio le visite in cantiere e la documentazione fotografica di questa fase di vita dell’edificio che ha una durata così limitata.


Guarda l’intervento di Benedetta Tagliabue al Festarch 2008

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