Architetti in Spagna: un sindacato per recuperare i diritti perduti

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ARTICOLO EL PAIS

30 Settembre 2010

“Per far fronte allo sfruttamento e gli abusi, abbiamo deciso di creare un sindacato”

Il lavoro precario e l’abuso della figura del falso lavoratore autonomo ha lasciato molti giovani senza protezione e li ha allontanati dai sindacati. Due nuove associazioni, degli architetti e degli archeologi, lottano  per recuperare i diritti perduti.

Non appena conclusa la carriera in Architettura, Maria  Lopez si è dovuta scontrare con la realtà lavorativa: “Lavoro da circa 6 anni e non ho mai avuto un contratto. Mai. Ora sono passata da avere uno stipendio di 300 euro in nero ad essere contrattata illegalmente come falso autonomo per circa 21.000 lordi all’anno.”

Maria, architetto di 28 anni, lavora con un’impresa con un orario fisso giornaliero alla stregua di un lavoratore sotto contratto ma, a differenza di questi ultimi, paga di tasca propria una quota di 250 euro di tasse come lavoratrice autonoma che influisce pesantemente sul suo stipendio. Tale situazione non le permette di godere  di tutti i diritti di cui  il resto degli impiegati con un contratto beneficia (contributi per la disoccupazione, malattia, gravidanza).

Come molti dei suoi colleghi è stanca:”apparteniamo a una generazione che accetta qualsiasi cosa. In parte è colpa nostra. Non siamo stati coscienti delle conseguenze. Il problema è stato sempre visibile ma non abbiamo voluto rendercene conto sino a che la crisi ci ha risvegliato”.

Maria si è affiliata al primo Sindacato di Architetti di Spagna (SAE), nato al principio di quest’anno con l’obiettivo di combattere la precarietà lavorativa e ottenere un accordo collettivo per un settore che, a differenze di quello degli ingegneri, patisce una carenza di protezione legale.

Il sindacato, che non rivela il numero dei suoi affiliati, calcola che circa il 60% degli architetti che lavorano in Spagna sono falsi autonomi. “Lottiamo soprattutto contro tutti quegli architetti di un’altra generazione che hanno fomentato un sistema illegale”, spiega Ramón Durántez (35 anni), portavoce del SAE. “Vogliamo proteggere gli architetti che lavorano per conto proprio, sfruttati e del cui lavoro si abusa” spiega Durántez, che tentò invano che uno dei grandi sindacati lo accogliesse tra le proprie fila. “Per questo  ci siamo costituiti come sindacato, perché le altre istituzioni ci diano maggior importanza. Siamo ottimisti”, aggiunge. “Sappiamo che ci sono altri modi per organizzarci e forme per poter portare avanti il nostro lavoro”.

Nelle professioni relazionate con il settore delle costruzioni, la comunicazione e l’ambiente – tra le altre – si sta abusando della figura del falso lavoratore autonomo. Persona senza un contratto regolare ma che instaura una collaborazione fissa con l’impresa. Senza contratto, si è maggiormente esposti a rischi, dentro una spirale che la crisi attuale ha aggravato.

Sole Gil (33 anni), si trova nella stessa situazione di Maria. Appartenente alla prima Associazione Madrilena di Lavoratori e Lavoratrici in Archeologia (AMTTA), vuol mettere fine al vuoto legislativo della sua professione, priva di un accordo collettivo. “Prima del boom si poteva trovare qualche lavoro di qualità, durante il boom la qualità è venuta meno per tutti, e ora solo Dio sa dove siamo diretti”, spiega.  La sua professione, eccetto per alcuni privilegiati, è molto lontana dall’idea di avventura che gli si attribuisce. Mentre gli operai della costruzione sono accolti e tutelati da un accordo collettivo di settore, gli archeologi – che sono incaricati per legge a catalogare possibili resti storici che appaiano durante un cantiere – non godono di nessun tipo di tutela e non sanno a chi rivolgersi. “ Nel cantiere della M-30, gli operai avevano uno stipendio considerevolmente più alto rispetto a quello degli archeologi, si parla di quasi 400 euro in più,” racconta Jaime Alamansa, archeologo di 26 anni.

La totale mancanza di tutela per gli architetti e gli archeologi si deve alla mancanza di regolamenti lavorativi ma anche alla situazione del mercato. La crisi ha devastato queste due professioni legate al mondo della costruzione. Da anni di lavoro mal pagati si è passati ad un aumento della precarietà o, direttamente, alla disoccupazione. Quando un impresario mi offre 700 euro per lavorare tutto il giorno, e non ho delle condizioni legislative che mi possano tutelare, solo posso dire no al lavoro e lottare per la mia dignità”, spiega Sole.

Tradizionalmente, la tutela è sempre stata garantita dai sindacati. Nonostante questo, la temporaneità, le condizioni precarie e la demotivazione hanno allontanato i giovani da questi ultimi. Un esempio: dei 1.203.000 affiliati ai Sindacati Operai, solo 250.000 hanno meno di 35 anni. E di questi ultimi, i minori di 3 rappresentano solo il 10% (circa 25.000). Questo nonostante affiliarsi a un sindacato comporti un costo di soli 11 euro al mese (6 euro per i disoccupati).

“I giovani hanno reso naturale la precarietà”, segnala LauraAuñón, di 30 anni, responsabile dei giovani del CC00 del País Valenciano, che spiega che il grado di affiliazione è solito crescere quando il lavoratore ottiene un contratto a tempo completo o indeterminato. Auñón, affiliata dall’età di 20 anni, assicura che, a fronte  della scarsa attrazione che i sindacati genera tra i giovani, la cosa più importante è informare: “ Un contratto deve avere dei diritti, di qualsiasi tipo siano, di tre ore o quaranta. È fondamentale che i giovani siano organizzati”.

Con il suo piccone e la pala per gli scavi da cantiere, Sole pensa lo stesso: “ Se non lavoriamo tutti, non andiamo avanti”

IN CIFRE

– IL 93,1% dei giovani tra i 20 e i 24 anni non è mai appartenuto a un sindacato o ad una associazione di impresari (CIS, 2009); l’5,3% tra quelli tra 25 e 29 anni.

– il 9,8% dei minori di 30 anni che lavora lo fa con una attività propria, in totale 166.370 (Injuve, 2009).

Il Sindacato degli architetti calcola che il 60% deigli architetti che esercitano la professione sono falsi autonomi.

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“Architetti senza lavoro in Spagna” Reportage tratto da El Pais

Reportage tratto da El Pais del 28 luglio 2010, sulla situazione lavorativa dei giovani architetti spagnoli. Lo proponiamo come punto di partenza per un dibattito sulla situazione lavorativa dei giovani progettisti in Italia e in particolare in Sardegna. Non esitate a scrivere un commento all’articolo!

Collettivo: Architetti senza lavoro.

Quanti sono? 51.177 iscritti all’albo, 3.576 ufficialmente disoccupati, il 7 percento del totale, e 30.419 stanno frequentando l’università.

Effetti della crisi: Il numero di edifici (di opere nuove, di uso residenziale e non residenziale) ultimati ad aprile del 2010 è di 3.045 con un caduta del 84% rispetto a quelli di un anno buono,come il 2005, con 20.065 edifici ultimati ad aprile. Il consumo di cemento è sceso, secondo la stessa fonte, da 55.998.000 tonnellate nel 2007 a 28.646.000 nel 2009.

Gruppo dell’incontro: Ricardo Paternina Soberón, 30 anni, disoccupato dal mese gennaio.

Quando? Martedi 27 Luglio alle 18.00, nella sua casa del quartiere madrileno di Lavapiés.

Ricardo Paternina Soberón, nella scala del suo appartamento - tratta da elpais.com

Ricardo Paternina appartiene a quella generazione di giovani spagnoli iperformati che, finendo gli studi, hanno incontrato un panorama lavorativo tanto effervescente quanto desolante, in cui la loro preparazione si traduceva in stipendi nemmeno milleuristi ma vicini al salario minimo interprofessionale, con l’aggravante di avere però “moltissime responsabilità senza alcuna tutela”. Gli stessi giovani che, abituati a guadagnare una miseria, a giornate lavorative di 12 ore, a nottate di lavoro senza dormire per finire una consegna ed a fine settimana non pagati, si sono trovati di botto disoccupati, in una situazione angosciante per la quale non vedono uscita e che fa loro ripensare agli anni passati a lavorare in condizioni deplorevoli come “il paradiso”. Il loro caso è doppiamente ingiusto, poiché la precarietà lavorativa si è prodotta in un settore vivace, quello del mattone, che viveva gli anni della bolla inarrestabile. Fino a che quando si è fermato e “ha cancellato” letteralmente dal mondo lavorativo migliaia e migliaia di muratori, pittori, falegnami, idraulici, elettricisti, architetti, geometri, costruttori, promotori immobiliari…

Nato a Santander, ha studiato Architettura a San Sebastian, specializzandosi successivamente con un anno di formazione in Olanda ed un altro in Inghilterra. “Sono sei anni di studi, uno per il progetto di tesi, mille corsi, quattro anni di dottorato…”. Ha terminato la carriera nel 2006, si è trasferito a Madrid e da allora ha lavorato e si è formato “moltissimo” in ogni tipo di studi, “grandi, medi e piccoli”, nei quali è arrivato a realizzare “progetti molto importanti, di alto livello” toccando tutti i campi della sua professione:  progetti esecutivi, restauri, residenze, centri per i giovani, “diverse tipologie di edifici in paesi esotici ed emergenti del Medio Oriente…” Preferisce, però, non fare nomi perché sa che “non piacerebbe ciò che deve dire” e non vuole “criminalizzare” alcuni studi e “discolparne” altri quando la situazione “è comune a tutti”.

Il problema dei ‘falsi autonomi’

All’inizio hai tanta voglia di lavorare che accetti qualsiasi cosa. Quando mi stancavo dello sfruttamento, cambiavo ad un altro posto, cercando condizioni migliori e per avere una prospettiva globale dell’architettura”, spiega seduto nella terrazza del suo appartamento, in affitto e condiviso, in Lavapiés, il quartiere più multirazziale di Madrid. Per sfruttamento si riferisce al pane quotidiano di migliaia di professionisti del suo settore che lavorano come se fossero dipendenti per studi che, tuttavia, non fanno contratti ma pagano un fisso tramite fatture e obbligano a lavorare come autonomi ed a pagarsi la Previdenza sociale, senza extra, senza ferie, senza diritto a cassintegrazione, con licenziamento libero e senza costo… Sono i falsi autonomi.

Durante il suo viaggio per tutti i mondi e sottomondi dell’architettura, ha guadagnato  da “un minimo di 900 euro lordi al mese ad un massimo di 1.800”, benché la media fosse di 1.200/1.400.

Ma sottolinea la sfumatura di “lordi” e fa un esempio, estratto del combattivo blog arquitectosexplotados. “In un caso ipotetico di un lavoratore dipendente e di un falso autonomo che guadagnino entrambi 1.700 euro al mese, al secondo rimarrebbero netti  792 euro al mese perché sono 12 mensilità (non 14) deve pagarsi la Previdenza sociale o l’Ordine degli Architetti, un’assicurazione per il caso in cui rimanga in disoccupazione…”. “Conosco molti amici che sfiorano il salario minimo, quando io in Olanda sono arrivato a guadagnare come tirocinante (come tirocinante!) 2.500 euro puliti“, sottolinea indignato ma senza abbandonare il suo tono educato e tranquillo, per aggiungere che tutti i suoi colleghi e conoscenti sono nella stessa situazione e che non ha mai visto un’ispezione lavorativa in nessuno degli uffici per i quali ha lavorato e che non conosce nessun collega che abbia denunciato qualcosa.

Come esempio paradigmatico del fenomeno, “un cocktail molotov al quale si arriva sommando la sovrabbondanza di professionisti con onorari liberalizzati ed un complesso Codice Tecnico dell’Edilizia”, Ricardo ricorda lo slogan che lo studio londinese dello spagnolo Alejandro Zaera Polo usò per reclutare tirocinanti “che stanno ancora peggio dei falsi autonomi”. Direttamente recitava:  Cercasi schiavi“. La cosa peggiore è che questa situazione è “completamente generalizzata” e molti studi di architettura, benché vogliano trattare meglio i propri lavoratori, non lo fanno “perché perdono vantaggio competitivo rispetto agli altri.” “Nei concorsi pubblici fanno punteggio i ribassi degli onorari e si sono arrivati a vedere  ribassi del 45 percento. Come? Tagliando gli stipendi“Tutti abbiamo la colpa, quelli che propongono queste condizioni e quelli che le accettano”. Era, a suo giudizio, un’epoca di “perfetta asimmetria” nella quale un’ingente quantità di guadagni rimaneva “in mani di molto pochi”. pagati ai propri schiavi. Si nutrono di gente che possono tranquillamente lasciar andar via poiché ci sarà sempre altra gente disposta ad inghiottire tutto senza lamentarsi perché non ha dietro”un paracadute”.  Ricardo non incolpa né discolpa nessuno di questo circolo vizioso:

“Ma in questa situazione è arrivata la crisi“, dice con un mezzo sorriso ironico, che lo ha beccato in uno studio importante nel quale lavorava da un anno e mezzo. “Finirono i lavori e dovemmo andarcene” per strada, lui ed altri 10 colleghi. Da gennaio di 2010 è ufficialmente disoccupato, come altri 3.576 colleghi, benché dubiti, e molto, di questi dati perché nel suo settore c’è “molta economia sommersa”, “molti uffici aperti senza aver incarichi” e molta gente “che vivacchia”. In questi sei mesi non ha ricevuto “una sola chiamata dell’ufficio dell’Inem dove, quello sì, si congratularono per il suo magnifico curriculum e per la sua specializzazione.   Per lui, l’ultima cosa che gli hanno offerto e a cui ha rinunciato”per principio” è un stipendio da “tre a cinque euro l’ora e senza contratto”, quando “una donna delle pulizie ne guadagna 12 e con contratto”. “Mi rifiuto di continuare a collaborare alla svalutazione dell’architettura, ad accettare onorari tanto al di sotto di quelli di qualsiasi altro professionista, preferisco lavorare in qualunque altra cosa che mi permetta di guadagnare per vivere ed avere tempo per continuare a cercare lavoro nel mio campo, per continuare a fare la tesi e altri corsi”. In realtà, è appena ritornato da Santander da un corso e non smette di partecipare a concorsi e di diversificare il suo curriculum per abbracciare altri campi relazionati all’architettura come design grafico, arredamento, calcolo di strutture, installazioni… “L’idea è non fermarti, continuare a fare architettura in qualsiasi sua forma”.

“Non ho perso la dignità”

Per sopravvivere, accetta lavori occasionali dando informazione in un stand della fiera Ifema. “Non ho perso la dignità né bisogna vergognarsi di niente”, condanna con una coerenza ed una dignità schiacciante. Nella sua innocenza, pensava che un giovane disoccupato, figlio di genitori divorziati e con una madre che non lavora, che ha studiato tutta la carriera con borse di studio, senza risparmi né entrate né proprietà, avrebbe potuto accedere a qualche sussidio. “Ma mi han risposto che non sono né alcolizzato né drogato né ex carcerato né un pericolo per la società.” Cosicché ragazzo, arrangiati da solo. In questo “inferno”, nel quale nessuno ti aiuta “perché si suppone che abbia una capacità bestiale di trovare lavoro (però quando ce n’è)”, arrivò persino a pensare di andare alla mensa sociale, ma i suoi amici l’hanno aiutato e dissuaso. Ricardo che condivide l’appartamento con una sceneggiatrice, anche lei disoccupata, e per il quale paga 370 euro al mese più spese, non capisce il paradosso di un paese nel quale “alcune persone acquisiscono gran quantità di conoscenze e lavorano per chi non le ha, molti di questi senza alcun tipo di etica”, in riferimento ad alcuni promotori e costruttori “sfruttatori ed opportunisti” che hanno propiziato la brutta immagine che si ha dell’edilizia.

Non si capisce come sia possibile che un “idraulico senza alcuna formazione” ti faccia un “lavoretto insignificante in casa” con silicone e riscuota “parcelle esagerate”. “Chiunque guadagna molto più di te, un cameriere, un muratore, un disegnatore”, si lamenta. Ma, soprattutto, è “arrabbiato” verso lo Stato:  “Tra tutte le cose paghiamo il tanto tempo, denaro e sforzo nella formazione degli universitari, perché in realtà costa molto più di quello che si paga come tasse di iscrizione, e dopo non si è creata una struttura per mantenerli in un paese che ti espelle”. Interrogato se, vista la situazione, sapendo ciò che ora sa e dopo sei mesi di disoccupazione, tornerebbe a studiare architettura, ride a crepapelle, per la prima volta in tutta l’intervista, e dice decisamente sì con la testa. Quella stessa domanda l’ha fatta mille volte a sé stesso ed altri colleghi nella sua stessa situazione. “Sì, senza dubitare nemmeno un minuto, la mia scelta è completamente vocazionale e fino alla fine, costi quello che costi. È la forma in cui mi piacerebbe vivere, benché se lo domandassi a moltissima altra gente ti direbbe di no.”

Che cosa si potrebbe fare per migliorare questa nera prospettiva, con professionisti disoccupati ed uno stock di 800.000 abitazioni invendute? “In primo luogo legalizzare la situazione lavorativa degli architetti che lavorano per altri, chiarificare i loro diritti ed obblighi, pagargli un salario dignitoso, ed aprire nicchie lavorative in cui ricollocare l’eccedenza di professionisti. Ci sono sempre cose da fare, c’è bisogno di servizi pubblici, recuperi di abitazioni… l’architetto deve stimolare la città e mantenerla in costante evoluzione. Sull’eccedenza di abitazioni non è che non ci sia domanda, che c’è, ma non a quei prezzi, benché io non sia né politico né economista.”

“Viviamo un’instabilità bestiale. Hanno distrutto tutte le nostre aspettative, ci hanno lasciato senza possibilità di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno”, confessa con tutta la sua crudezza e facendosi estemporaneo portavoce dei trentenni, per sottolineare che in Spagna “l’orologio biologico umano non coincide con quello lavorativo, portando allo scoraggiamento e alla depressione”. La sua speranza è avere “una vita stabile, semplice e tranquilla, dedicata all’architettura e con un posto in cui poter vivere”. Il suo sogno è aprire uno studio ed avere quel “primo incarico di un progetto intero in cui poter esprimere”, finalmente, tutte le proprie conoscenze “in qualcosa di costruito”, ma sa che è difficile, tra altre ragioni, per l’investimento iniziale che richiede, per “la complessità e l’ingente lavoro aggiuntivo” introdotto dal Codice Tecnico dell’Edilizia e perché i professionisti devono pagare l’assicurazione di responsabilità civile per 10 anni. “Questo ti obbliga ad assicurare un portafoglio clienti che ti permetta di coprire dette spese per 10 anni”, spiega. A settembre farà “un ultimo tentativo” col suo migliore amico, anch’egli architetto, col quale tenterà di mettere in moto alcune delle sue molte idee, come “aprire un’impresa di accessori di architettura”, e presentarsi a concorsi. Se non funziona, se non potrà “esercitare degnamente la sua professione”, andrà in un altro paese come Olanda, Germania o Svizzera dove lo trattino “meglio.”

SHIFTING FESTIVAL. Paesaggio tra reale e immaginario

La facoltà di Cagliari apre le porte del complesso di via Corte d’appello per presentare e discutere i cambiamenti e i “movimenti” che stanno avvenendo al suo interno, dopo quasi un anno dall’insediamento del nuovo preside, Prof. Antonello Sanna.

SHifting, così è chiamato l’evento che avrà luogo dal 5 al 7 Febbraio e in cui si presenteranno, tra le altre, le esperienze di didattica internazionale dei visiting professors, accompagnati da workshop, conferenze e mostre.

Sarà un momento di riflessione, analisi e confronto sui reali frutti per la facoltà, per capire che effetti stiano portando i grandi capitali investiti e in che modo l’attività dei visiting professor si sia inserità nei programmi della facoltà e nei progetti di ricerca.

Si prospettano due giorni interessanti per vedere, conoscere e comprendere meglio ciò che si muove nella facoltà di architettura di Cagliari. Non soltanto per chi sta all’interno della facoltà, ma potrebbe esser un momento di dialogo con la città, come aveva auspicato il neo preside Antonello Sanna nella nostra intervista di settembre.

Scarica il programma della manifestazione

ARCHITETTURA IN SARDEGNA PER SEMPRE!

La scuola di architettura di Alghero deve continuare ad esistere !

La scuola, così a prof. Giovanni Maciocco piace chiamare la sua università. Un luogo dove si fa ricerca, dove si progetta, ma soprattutto dove si insegna l’architettura e lo si fa con qualità.

Quando quattro mesi fa l’abbiamo incontrato, il preside ci ha raccontato cos’è stata, cos’è e cosa sarà la facoltà di Architettura, e sembra pazzesco che un modello come questo, ora debba gridare per la propria sopravvivenza.

Allora gridiamo insieme ai suoi studenti, ai professori e a tutti quei sardi che amano l’architettura, perchè un università d’eccellenza è una risorsa per la Sardegna tutta.

Riportiamo e condividiamo l’appello « Architettura ad Alghero per sempre » pubblicato sul sito della facoltà, e invitiamo a firmare la petizione

L’istruzione costa. La buona istruzione costa.

In otto anni ad Alghero, da zero, si è costruita una Facoltà che funziona.

La Facoltà di Architettura di Alghero è l’unica Facoltà della Sardegna che non ha sede in una delle due città universitarie “storiche” (Cagliari e Sassari).

La Facoltà di Architettura è riconosciuta come una buona Scuola, sia a livello nazionale sia a livello internazionale.

La Facoltà di Architettura è una risorsa per la città, il Nord Sardegna, la Sardegna tutta.

La Facoltà di Architettura ha ottenuto il primo posto in Italia per quanto riguarda la sua attività complessiva: numero di studenti che si laureano in corso, crediti ed esami conseguiti dagli studenti, qualità del corpo docente e della ricerca, rapporti internazionali.

La Facoltà di Architettura ha costruito ad Alghero un ambiente internazionale, ospitando docenti e ricercatori di moltissimi paesi, studenti Erasmus da tutta Europa e studenti di molti altri Paesi per le Scuole Estive.

La Facoltà di Architettura ha organizzato diverse decine di eventi ogni anno: lezioni aperte, seminari, laboratori, conferenza, tavole rotonde, mostre, proiezioni, …

Per nascere, crescere, affermarsi sono servite risorse, risorse consistenti; risorse per attrezzature, per il funzionamento delle sedi, per lo staff, per le attività didattiche legate al progetto (che hanno bisogno di un alto rapporto tra tutores e docenti da un lato e studenti dall’altro), per costruire la rete dei rapporti internazionali; insomma sono servite risorse consistenti, servono risorse consistenti, serviranno risorse consistenti.

La comunità della Facoltà di Architettura ha fatto la sua parte: gli studenti pagando contributi di laboratorio significativamente più alti di quelli delle altra Facoltà e impegnandosi in ritmi di studio molto intensi, i docenti accettando spesso di insegnare anche oltre il loro carico didattico e di impegnarsi in attività per formazione, convenzioni e ricerche che hanno portato risorse alla Facoltà, lo staff lavorando ben oltre quanto richiesto e accettando di essere un solido riferimento anche avendo contratti precari, i “conferenzieri tutti”, accettando di venire ad Alghero senza “gettoni”

La comunità della Facoltà di Architettura si è procurata risorse ingenti con convenzioni, contratti, l’organizzazione di corsi di formazione, consulenze.

Possiamo fare di più e meglio; faremo di più e meglio.

Ma non possiamo fare a meno del contributo della Regione, un contributo consistente e certo, che ci è indispensabile per sopravvivere ad un livello di qualità adeguato e per migliorarci.

Abbiamo bisogno di queste risorse e meritiamo di averle: perché a tutti gli effetti siamo una sede decentrata (decentrata con tutto, non solo con le aule per lezioni), perché siamo una buona Scuola, innovativa e moderna, internazionale e attenta alle esigenze del territorio (ed è difficile essere una buona Scuola al “Sud”, tanto che ce ne sono pochissime), perché vogliamo dare più servizi e più opportunità ai nostri studenti e alla città e al territorio.

La Regione Sardegna destina alle sede decentrate molti soldi: non c’è alcuna ragione perché non ne vengano destinati alla Facoltà di Architettura di Alghero, in forme e in modi che possono essere definiti: ma certamente servono fondi certi e garantiti e indirizzati.

Per tutte queste ragioni la comunità di Architettura ad Alghero vuole continuare ad esistere e continuerà a esistere.

Ma per farlo ha bisogno che non venga meno il sostegno che le serve per vivere e migliorarsi!

UNICA Bookshop – Architettura creativa a Cagliari

Affascinante la sfida gruppo di archi-studenti di Cagliari guidati dal visiting professor Stefano Rabolli Pansera ha deciso di portare avanti questo semestre: ideare, progettare e costruire un bookshop da lasciare in regalo alla facoltà cagliaritana.
copyright: Wesley Meuris

Erano tanti gli studenti che all’apertura dell’anno accademico avrebbero voluto prender parte ad un corso opzionale che già dal nome ha ispirato novità per la facoltà cagliaritana. Corso di Architettura Creativa. E non è fuori luogo parlare di creatività, perché durante il corso è stata costantemente stimolata anche attraverso libri e film, da Borderline al Pasolini meno conosciuto. La curiosità verso l’ignoto può essere il punto di partenza per fare nuove scoperte e lasciare l’accumulo delle proprie sicurezze, quel che per Alice è stata la tana del coniglio, iniziando a ricalibrare i propri punti di vista sulla realtà.

Sono stati scelti 20 stidenti del secondo e terzo anno per frequentare il corso tenuto dal professore venuto dall’AA, speranzosi di conoscere frammenti di quell’architettura che nell’immaginario collettivo è legata alla scuola londinese. Il  passaggio dalla scelta di un’immagine, a un modello concettuale per arrivare a un progetto di uno spazio per leggere non sempre è stato semplice e lineare. Un processo di formazione del progetto che passa dall’assorbimento di input che vengono centrifugati in un tubo catodico per ottenere immagini e suggestioni. E in non pochi casi (che si possono scoprire curiosando in quest’articolo) l’idea iniziale ha preso una piega interessante. Qualcuno ha giocato  partendo dalla percezione dello spazio, giocando su illusioni ottiche e anamorfismo. Qualcun altro è andato avanti copiando intelligentemente idee altrui, o costruendo modelli e progetti plurilivelli, doublefase.

Fino ad arrivare al tappeto rosso della prima presentazione in cui son stati scelti solo cinque progetti da portare avanti. Da cinque a uno sarà la prossima fase. Dall’intuizione individuale alla cooperazione di un piccolo gruppo e poi di un’intera squadra per raggiungere un unico obbiettivo. Un semestre affrontato tra competizione e collaborazione.

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INTERVISTA DOPPIA SANNA/MACIOCCO – Facoltà sarde a confronto

Intervista Doppia Sanna Maciocco

Le facoltà di architettura sarde stanno affrontando negli ultimi mesi dei passaggi importanti della loro ancora giovane storia.

Cagliari ha deciso di affidare per i prossimi anni la presidenza della facoltà ad Antonello Sanna, già direttore del Dipartimento di Architettura.

Alghero continua a dare fiducia a Giovanni Maciocco, il preside che ha fortemente voluto portare “Architettura” in Sardegna e che quest’anno ha visto la sua facoltà valutata dal Censis al primo posto tra le facoltà di Architettura italiane.

Prima dell’inizio del nuovo anno accademico abbiamo voluto interrogare i due presidi sulla loro visione dell’università e del mondo dell’architettura isolano. Coscienti del differente ruolo che Maciocco e Sanna hanno all’interno delle rispettive facoltà pensiamo che questa intervista doppia possa portare spunti di riflessione interessanti.

Part 1

  • Quando è nata la vostra facoltà di architettura?
  • Quanti studenti sono iscritti alla vostra facoltà?
  • Perché è nata la facoltà di architettura e quali sono state le difficoltà più grandi incontrate?
  • Come valuta la vostra organizzazione universitaria e di cosa andate fieri?
  • Come si insegna l’architettura ai giorni nostri?

Part 2

  • Quale ritiene essere il livello dei vostri laureati e in base a cosa lo valuta?
  • Crede che esista o possa esistere una scuola di architettura legata alla vostra facoltà?
  • E una scuola di architettura sarda?
  • Come si immagina la vostra facoltà se potesse organizzarla senza tenere in conto le questioni economiche?

Part 3

  • Cosa pensa di tirocini ed esperienze lavorative in periodo universitario?
  • Qual è il rapporto tra la vostra facoltà di architettura e il mondo del lavoro isolano?
  • In che modo come preside pensa di poter sopperire alla carenza di strutture della vostra facoltà?
  • Tre architetti che vorrebbe invitare alla vostra scuola

Part 4

  • Prospettive per il futuro
  • Per concludere, una frase per i suoi studenti

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Facoltà di architettura di Cagliari, nuovo preside

Il 25 giugno la più giovane facoltà dell’ateneo cagliaritano ha eletto il suo nuovo preside: è Antonello Sanna, già direttore del Dipartimento di Architettura ed ex presidente del corso di laurea in Ingegneria Edile. Una scelta di sicura continuità rispetto all’operato del professor Carlo Aymerich, primo storico preside della facoltà di Architettura di Cagliari, e che ha visto il Consiglio di facoltà compatto nella votazione finale (a eccezione di tre astenuti).

Antonello Sanna
Antonello Sanna, professore ordinario di Architettura Tecnica è il nuovo Preside della Facoltà di Architettura di Cagliari

Nei giorni precedenti all’elezione si erano però fatte insistenti le voci che davano il professor Antonio Tramontin come più papabile successore di Aymerich alla guida della facoltà di architettura cagliaritana.

Sanna e Tramontin, due visioni differenti, forse complementari o forse inconciliabili dell’architettura. Un confronto già profondamente radicato nella facoltà di ingegneria, e che proprio nel cortile della facoltà di Piazza d’Armi vede da alcuni anni le opere dei due progettisti fronteggiarsi a pochi metri di distanza: da una parte l’estro tecnologico dell’Aula magna, travagliata opera dello studio di Tramontin, incastonata nell’edificio di Mandolesi che oggi ospita il DIGITA, e dall’altra il volume razionale del Padiglione alfa, ad opera del dipartimento di architettura guidato da Sanna.

Padiglione alfa, progetto del dipartimento di Architettura dell'Università di Cagliari
Padiglione alfa della facoltà di Ingegneria di Cagliari, progetto del dipartimento di Architettura dell'Università di Cagliari
Due visioni dell’architettura, due differenti approcci all’oggetto architettonico e al contesto che si sono riproposti e fronteggiati nella scelta del successore di Aymerich e che ha visto, in questa battaglia, vincere la sobrietà razionale di Sanna (leggi il programma del neopreside di facoltà).
Aula Magna della facoltà di Ingegneria di Cagliari, progetto dello studio di Antonio Tramontin
Aula Magna della facoltà di Ingegneria di Cagliari, progetto di Antonio Tramontin

Siamo sicuri che il risultato eccellente della facoltà algherese sarà uno sprone per il nuovo preside, che salirà in carica dall’ottobre prossimo, e al quale facciamo i più sentiti auguri di buon lavoro.

Sanna e Tramontin, due visioni differenti, forse complementari o forse inconciliabili dell’architettura. Un confronto già profondamente radicato nella facoltà di ingegneria, e che proprio nel cortile della facoltà di Piazza d’Armi vede da alcuni anni le opere dei due progettisti fronteggiarsi a pochi metri di distanza: da una parte l’estro tecnologico dell’Aula magna, travagliata opera dello studio di Tramontin, incastonata nell’edificio di Mandolesi che oggi ospita il DIGITA, e dall’altra il volume razionale del Padiglione alfa, ad opera del dipartimento di architettura guidato da Sanna.

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