Cinque domande a Stefano Boeri

Intervista a Stefano Boeri

In una intensa serata di fine estate, a Palau, un attivo comune costiero della Gallura, pochi giorni prima della ufficializzazione della candidatura alle primarie del Partito Democratico per il sindaco di Milano , Stefano Boeri lancia tre linee guida su cui investire per governare il prezioso e fragile territorio della Sardegna, puntando sulla reversibilità dei fenomeni che possano essere controllati dalla politica.

  • DIFESA DEL PAESAGGIO. Con una amministrazione che controlla il tempo prima ancora che lo spazio, il tempo lungo del territorio. Basta con l’idea di sviluppo urbano debba essere estensivo, ma occorre tornare alla ruralità, a dare valore ai terreni rurali, territori permeabili di cui l’uomo si prende cura e che l’uomo utilizza per produrre beni immediatamente spendibili attraverso l’agricoltura, la pastorizia, la forestazione, le attività economiche e turistiche legate alla terra come la viticultura e l’agriturismo. Creare anelli di territori abbiano  un utilità evidente, che tornano ad essere vissuti perché sono luoghi di lavoro e di impegno. che siano un valore effettivo.
  • RIUSO E RECUPERO. Puntando più che nel realizzare nuove costruzioni nel recupero di edifici che abbiano una chiara destinazione e utilità pubblica, creando sistemi di riuso come quelli del riutilizzo delle aree militari dismesse o quelli dell’albergo diffuso. La città si trasforma, e il senso delle operazioni portate avanti da un’amministrazione pubblica intelligente dovrebbe essere quella di agire nei centri storici e nei vuoti urbani, creando forme che utilizzino le strutture vuote, che riempiano e riportino vita in luoghi altrimenti inutilizzati.
  • DEMOLIZIONE. L’arroganza e la violenza di chi pensa a demolire pezzi di città e a deportare i cittadini di intere borgate ( così come è stata violenta la loro costruzione 30 anni fa senza piani terra, servizi e commercio), porta a una semplificazione per un tema che non è da esorcizzare: la demolizione. Non è vero che non si può ripristinare il paesaggio. Il paesaggio può essere recuperato, si può recuperare anche con demolizioni molecolari che colpiscano uno dei mali del nostro territorio: l’abusivismo. La creazione di mappe dell’abusivismo sarebbe un modo per dare un segnale forte alle nuove generazioni e proporre un modello di sviluppo possibile anche per le pubbliche e medie imprese della Sardegna che potrebbero specializzarsi e investire nel settore delle demolizioni.

Dopo Nieto y Sobejano Arquitectos, Sardarch intervista Stefano Boeri ponendogli cinque domande sull’architettura e sul territorio contemporaneo.

L’architetto in quest’occasione sottolinea il suo rapporto con l’idea di sviluppo portata avanti negli ultimi anni in Sardegna e anticipa la decisione di sfidare i poteri milanesi impegnandosi attivamente in politica per tentare di cambiare più efficacemente la città e la società in cui vive.


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1319 e Colectivo de la Calle, progetti per ripensare lo spazio pubblico.

1319 – construir el vacio

“Uno spazio pubblico cittadino non è uno spazio residuale tra strada e edifici, tantomeno uno spazio vuoto considerato pubblico solamente per ragioni giuridiche. Non è uno spazio specifico, in cui bisogna andare, come chi va ad un museo o a uno spettacolo. Sarebbe meglio dire che questi spazi sopracitati sono spazi pubblici potenziali ma che hanno bisogno di qualcosa in più perché diventino spazi pubblici cittadini.

Lo spazio pubblico è allo stesso tempo lo spazio principale dell’urbanistica, della cultura urbana e della cittadinanza. È uno spazio fisico, simbolico e politico.” (da: El espacio publico: ciudad y ciudadania di Borja-Muxi)

Le città contemporanee nella loro crescente corsa alla occupazione totale del territorio, lasciano inevitabilmente cicatrici sul suolo urbanizzato, accumulando una grande quantità di spazi inutilizzati e inedificati, spazi che nell’attesa di diventare qualcos’altro restano bloccati nel limbo anche per lunghi periodi di tempo.

L’idea del collettivo 1319 e del collettivo De la calle è quella di riciclare temporaneamente questi luoghi, sfruttando il limite delle città di non riuscire a generare nuovi usi negli spazi, che per motivi giuridici-amministrativi restano abbandonati: spazi in attesa di essere edificati, vuoti urbani di lunga data e altri che nascono in seguito a demolizioni di antichi edifici, spazi che secondo il progetto di questi due gruppi potrebbero essere recuperati in modo effimero per un uso pubblico.

Il progetto De la Calle (http://thegreatoutdoors.typepad.com/delacallefc/ )per la rigenerazione temporanea di questi vuoti urbani si appoggia sul concetto di sport informale, concepito come attività delle quali possono essere precisamente delineate caratteristiche quali spontaneità, scarsi o nulli requisiti previi siano essi tecnici (livello individuale) o istituzionale (non appartenere formalmente a nessuna squadra), economici (non pagare quote per occupare lo spazio) organizzativi e legali.

Lo scopo dell’iniziativa è rivendicare il diritto alla città e all’uso dello spazio pubblico, mantenendo e permettendo che esista la spontaneità e il carattere temporaneo delle esperienze della strada contrapponendosi e invitando alla riflessione rispetto alla crescente edificazione di spazi per l’attività sportiva formale, palestre, campi etc e la concomitante riduzione di spazi per la pratica dello sport informale, attraverso leggi che diminuiscono la libertà all’uso dello spazio pubblico.

Contestualizzando il proprio intervento nell’ambito della città di Barcellona, il colectivo De la calle ha usato come pretesto il “fútbol callejero”, il calcio di strada, cercando di dare delle nuove opzioni per gli spazi di gioco attraverso la riappropriazione temporanea di vuoti urbani.

La strategia del Colectivo passa attraverso un censimento di tutte le installazioni sportive informali esistenti nella città e di tutti quei vuoi urbani inutilizzati, allo scopo di poter pianificare, identificare e gestire questi spazi e progettare nuove installazioni informali che potrebbero funzionare come spazi di sperimentazione prima di investire denaro per la costruzione di spazi sportivi formali.

L’obiettivo è ripensare il modo di pianificare lo spazio pubblico rispetto alla sua continuità nel tempo per favorire la creazione di luoghi che si sviluppino nel tempo in modo discontinuo e de localizzato.

Creare una ipotetica struttura urbana di spazi in disuso, con forma e localizzazione variabili nel tempo e capaci di assecondare le trasformazioni delle città, ottenendo cosi una serie di spazi pubblici attivi in maniera temporanea.

Il carattere effimero di queste installazioni sportive informali, fa si che gli spazi che vengono creati durino un tempo relativamente corto ma che al contempo abbiamo una grande possibilità di successo dovute a fattori molto diversi quali il tipo di pubblico e fattori ambientali.

Video de la calle:

Sulla falsariga del progetto De la calle, anche lo studio di progettazione 1319, composto da Patricio Levy e Veronica Mansilla, ( http://www.wix.com/trecediecinueve/1319) pensa a un differente modo di recuperare questi vuoti urbani in disuso.

La strategia é simile, creare una ipotetica struttura urbana di spazi pubblici in disuso allo scopo di generare una rete di spazi pubblici attivi in maniera temporanea.

“il recupero degli spazi in disuso migliora la qualità ambientale, la percezione del contesto e l’identità e adesione sociale del quartiere, evita problemi di salubrità, sicurezza e degrado ambientale, tanto del suolo quanto del contesto sociale.”

La proposta parte dalla considerazione che non è necessario generare nuovi spazi, considerando che utilizzando quelli esistenti è possibile rispondere in breve tempo, alle esigenze di tutti gli attori sociali coinvolti:

– ai cittadini di avere spazi di incontro;

– all’amministrazione limitare il degrado ambientale;

– al proprietario privato compensare il costo di mantenimento del terreno.

L’approccio dei 1319 è sistematico e prevede come primo step la creazione di un Registro dei terreni per uso pubblico nel quale registrare tutti i terreni vuoti e in disuso: in questa fase la partecipazione della cittadinanza è fondamentale nel momento di definire una “mappa collaborativa” nella quale i cittadini possono introdurre le proprie informazioni.

La seconda fase prevede la creazione di un equipe di intermediazione che si occupi sia della gestione dei vari terreni attraverso il loro utilizzo temporaneo, sia di intermediare tra l’amministrazione pubblica, i cittadini e il proprietario proponendo un contratto di cessione temporanea che consenta l’utilizzazione dello spazio.

Attualmente il collettivo 1319 sta applicando questa strategia per la riqualificazione di un vuoto urbano nella città di Tucuman in Argentina, in un progetto denominato Acción-Reacción.

1319 – construir el vacio

1319

http://www.wix.com/trecediecinueve/1319

Accion reaccion

http://www.facebook.com/album.php?aid=14809&id=111514532207094

De la calle

http://thegreatoutdoors.typepad.com/delacallefc/

STAMPAXI WALL – Partecipare, riflettere, riconquistare la città

Stampaxi Wall 582

“La questione sul tipo di città che vogliamo non può prescindere dal tipo di relazioni sociali, dal rapporto con la natura, dello stile di vita, delle tecnologie e dei valori estetici che desideriamo. Il diritto alla città è molto più che la libertà individuale di aver accesso alle risorse urbane, si tratta del diritto di cambiare noi stessi cambiando la città. La libertà di fare e rifare le nostre città è uno dei nostri diritti umani più preziosi e allo stesso tempo più trascurati.” (David Harvey – Il diritto alla città)

Stampaxi wall é innanzitutto un progetto di partecipazione, di collaborazione, di reti che si uniscono con uno stesso scopo, portato avanti in questi mesi nel vuoto urbano tra Via Fara e Via Santa Margherita a Cagliari. Stampaxi Wall é, più che una installazione estremamente temporanea, un muro parlante, generato dalle idee e dai suggerimenti dei cittadini e tirato su grazie alla collaborazione dei generosi volontari presentatisi un’ assolata domenica mattina.

Un muro che sottolinea la sempre più impellente necessità di rendere partecipe, di coinvolgere come parte attiva una cittadinanza sempre meno tollerante rispetto a progetti che piovono dall’alto e che vedono l’utente finale, il cittadino, costretto ad adeguarsi a spazi urbani costruiti esclusivamente nell’interesse di pochi.

Stampaxi Wall non cela intenzionalità progettuale, non è una protesta contro questo o quel progetto, né ha nessun secondo fine che non sia quello di invitarci a riflettere sulla nostra città e sull’utilizzo che oggi facciamo dello spazio pubblico. Gli scambi sociali sono sempre meno legati agli spazi pubblici, assistiamo ad una crescente e costante privatizzazione del nostro tempo libero che tende a legarsi sempre più a spazi per il consumo, bar, ristoranti, centri commerciali, palestre.

“Spazi socialmente omogenei che rendono improbabili incontri con persone socialmente diverse, spazi che rendono sempre meno utili gli spazi pubblici dal punto di vista della propria funzione di aggregazione sociale” (Mike ArambuM, UAB)

Stampaxi Wall, attraverso il paradossale regolamento che compone la scritta “NON È UNA PIAZZA” è quindi un invito a riflettere sulla nostra reale necessità di spazio pubblico e un invito a riconquistare le nostre città, a riappropriarci di spazi che passivamente lasciamo degradare perché nulla apportano al nostro stile di vita, dimenticando la responsabilità di ognuno di noi nei confronti del luogo in cui vive, la responsabilità di essere cittadini.

IL PROGETTO

Il progetto ha preso il via a gennaio su ispirazione di alcune esperienze portate avanti dal collettivo newyorkese Illegal Art e ripreso in Spagna e Argentina dal Colectivo Trecediecinueve. Rispetto all’originario progetto raccontato nel “Suggestion book” , che prevede una raccolta itinerante di suggerimenti spontanei su un qualunque argomento, il nostro indirizza i suggerimenti raccolti verso uno spazio fisico ben preciso, lo sterrato di via Fara nel cuore del centro storico cagliaritano.

IL VUOTO URBANO

Questo ampio vuoto urbano nel quartiere storico di Stampace è stato interessato nel 1994 da un brutale sventramento per motivi igienico sanitari e, per diversi anni, ha ospitato un campetto da calcio, che costituiva uno dei principali spazi di aggregazione per i ragazzi del quartiere, e uno spazio parcheggio libero. Oggi è, in gran parte, dato in gestione all’associazione dei balestrieri di Cagliari, e versa in uno stato di degrado e incuria, dovuto a un imbarazzante immobilismo dell’amministrazione a fronte degli interessi dei proprietari e dei vincoli presenti sull’area, nonostante venga definita come strategica in tanti documenti di pianificazione redatti negli ultimi decenni.

LA SCATOLA DEI SUGGERIMENTI

Durante il mese di Gennaio 2010, Sardarch ha organizzato alcune giornate di raccolta delle idee e delle proposte dei cittadini interessati a quest’area attraverso la “scatola dei suggerimenti”, una scatola di cartone con una piccola fenditura sulla parte superiore in cui le persone incontrate casualmente nelle vie di Stampace alto e invitate a partecipare tramite internet hanno potuto inserire il proprio suggerimento.

La scatola dei suggerimenti, foto di Fabio Macis

Le idee raccolte appartengono a persone di tutte le età, residenti di Stampace e non: tutte le persone che passando di fronte alla nostra postazione in Via Azuni hanno dedicato tempo e immaginazione per dare un contributo alla reinterpretazione di questo vuoto urbano.

Gli oltre 160 suggerimenti raccolti sono stati catalogati in alcuni gruppi principali (spazi verdi, attività sportive, parcheggi e contenitori di aggregazione), a cui ne abbiamo aggiunto uno che comprende le proposte in cui si prevede un insieme di funzioni diverse (mixed use) e un altro che abbiamo preferito considerare senza categoria, che comprende idee e proposte molto diverse.

IL MURO

L’ultima fase del progetto è stata l’esposizione dei risultati della raccolta di suggerimenti, attraverso un’installazione temporanea che ha coinvolto una ventina di giovani cittadini.

L’installazione è consistita in un muro di pannelli in cartone riciclato ricoperti da fogli A4 verdi (contenenti i suggerimenti dei cittadini) e bianchi (contenenti un paradossale regolamento sull’uso dello spazio pubblico). La composizione di fogli verdi e bianchi e’ stata concepita in modo da creare la scritta bianca “NON E’ UNA PIAZZA” su sfondo verde.

Il muro successivamente è stato innalzato lungo il margine del vuoto che negli ultimi anni è stato precluso all’uso dei cittadini che hanno iniziato ad usarne i bordi in modo spontaneo (come supporto per stendere i panni, come seduta all’ombra, ecc).

NON È UNA PIAZZA

Il muro contiene una duplice provocazione-messaggio con la scritta “NON È UNA PIAZZA”, attraverso la reiterazione di un regolamento che vuol mettere in evidenza il fatto che le nostre attività sociali tendono sempre più a divincolarsi dallo spazio pubblico relazionandosi solo a spazi privati e del consumo.

NON È UNA PIAZZA rappresenta in primo luogo la riaffermazione del fatto che quello spazio ora non è una piazza, non è ciò che i cittadini in gran parte vorrebbero. Il testo del regolamento, invece, porta tutti a riflettere sul fatto che noi stessi, che a gran voce reclamiamo una piazza, forse non ne abbiamo davvero bisogno se non modifichiamo il nostro stile di vita che esclude lo spazio pubblico da gran parte delle attività che tradizionalmente lo caratterizzano. Di conseguenza un’esortazione: riappropriamoci dello spazio pubblico, viviamolo.

Cinque domande a Manuel Gausa

Manuel Gausa e Florence Raveau

Intervista a Manuel Gausa, architetto e dottore di ricerca, fondatore dello studio Actar Arquitectura.

1)   L’inizio secolo passerà alla storia come quello del web 2.0, delle manifestazioni  organizzate attraverso la rete, di eventi che coinvolgono  attivamente le persone, sempre meno disposte ad accettare passivamente decisioni calate dall’alto.   Lo sviluppo delle cittá e le modifiche del paesaggio risultano coinvolte nello stesso scenario, in cui il desiderio dell’utenza finale assume crescente importanza. In che modo la figura dell’architetto dovrebbe porsi rispetto a questa prospettive?

La visione della città e del territorio è cambiata profondamente in questo fine secolo XX e inizio XXI: da pensare che la città potesse essere concepita come una forma statica, un luogo più o meno stabile oggi, siamo passati a concepirla come un sistema dinamico costituito da strati, materiali e immateriali. Questi strati o livelli non sono altro che informazioni, processi che esprimono dati sia fisici come la demografia, la cultura,l’economia, sia immateriali come la sensualità di un luogo. Realizzare interazioni in questo sistema informatico, mettere in relazione i processi strategici con quelli virtuali è la sfida più importante di questo nuovo modo di concepire le nostre città. Per questo motivo strategia e interazione sono diventate cosi importanti in questo cambio di secolo, le nuove generazioni  lavoreranno  sempre più con l’idea di processare informazioni, elaborarle facendole interagire in maniera qualitativa tra loro, lavorando secondo una strategia. INTERAZIONE non significa soltanto gestire informazioni astratte o virtuali, ma può significare anche lavorare con i temi molto concreti quali la sostenibilità ecologica, il luogo, le persone, la tecnologia, la cultura locale e globale e tutta una serie di discipline diverse che abbracciano le trasformazioni che si stanno generando nel mondo contemporaneo: per questo in questo contesto diventano importanti anche concetti come IBRIDAZIONE e INTERCAMBIO, perché ci parlano ancora una volta della capacità di combinare cose, di farle interagire; non come nell’epoca postmoderna, accumulandole come in un collage senza capacità di relazione tra loro ma, al contrario, connettendole per farle interagire per ottenere nuove situazioni. Per questo motivo città e territorio devono lavorare con l’interazione, per permettere alla varie parti della città di lavorare insieme: la città tradizionale con i propri valori con i nuovi interventi di preservazione e trasformazione qualitativa, con le nuovi reti infrastrutturali di comunicazione di reti materiali e immateriali col fine di dar luogo a sistemi complessi.

Questa è la grande sfida del nostro momento, elaborare sistemi integrati complessi, sicuramente non facili da spiegare e per i quali non esiste un modello prestabilito, sistemi integrati di informazioni molto spesso locali e globali allo stesso tempo, per i quali è necessario lavorare concretamente su aspetti profondamente legati alla realtà, con l’obiettivo di riattivarla e farla funzionare in modo migliore.

2)   Turismo, capacità di carico, speculazione, fragilità ambientale, climate change… Sono tanti i fattori che incidono sugli equilibri dei territori costieri. Quali strategie i progettisti possono proporre in un ambiente così delicato e complesso?

La costa è uno di quegli spazi specifici che possiede una sua propria logica perché appartiene allo stesso tempo a processi globali e locali che interessano la città in generale, la città generica. Siamo interessati a tutti quei processi di esplosione ed espansione della città nel territorio, di rottura del limite delle frontiere della città, tanto politiche quanto geografiche. La costa è particolarmente fragile, e nonostante la peculiarità dei suoi paesaggi, spesso finisce per essere attaccata a causa soprattutto delle sue delicate caratteristiche fisiche: i territori costieri sono relativamente piccoli e per questo facilmente occupabili. Per questo motivo si vengono a creare fenomeni simili a quelli di una città espansa; fenomeni che sul territorio costiero tendono a convertirsi in elementi filamentosi che generano una barriera nel litorale costituita dall’alternanza di  spazi edificati e spazi liberi, coste accidentali, spiagge, paesaggi montuosi generando un territorio la cui ricchezza e complessità non è ancora stata studiata sufficientemente.

In passato la costa non è stata sufficientemente studiata perché si tendeva a relazionarla con una serie di fenomeni allora disprezzati come il turismo (inteso come fenomeno di consumo), le infrastrutture portuali, o semplicemente perché intesa come luogo paesaggistico, per una generazione  però che non interpretava  il paesaggio come parte della città e del territorio. Oggi siamo in grado di riconoscere che il valore della costa è precisamente possedere tutti questi processi simultaneamente e, per questo motivo, la costa si è convertita nel grande attrattore urbano territoriale, luogo di intercambio tanto culturale che commerciale, pensiamo a città come Barcellona, Genova, Napoli, Marsiglia, città che possiedono le caratteristiche tipiche della città tradizionale ma nelle quali possiamo trovare strutture portuali, talvolta spiagge e tutte con la grande capacità di generare scambi. Questi territori così delicati e inesplorati sono privi di un corpus teorico sul quale in questo momento stiamo lavorando, tanto le università quanto le unità di ricerca. Occorre generare dei sistemi integrati in cui il paesaggio non sia più un attore residuale, dove si parla sia di paesaggi da conservare che di quelli da modificare con sensibilità paesaggistica. Lavorare con la bassa densità, le discontinuità, le infrastrutture di collegamento dentro una strategia di grande scala. Dopo di che occorre studiare ogni singolo caso con la corretta sensibilità che richiede ogni specifica situazione, nelle difficoltà di situazioni già precostituite complesse.

Sarebbe inoltre necessario convincere i comuni a lavorare in reti solidarie in cui regolamentare la crescita di alcuni e frenare quella di quelli più densi, suddividendo gli ingressi economici, plusvalie, finanziamenti a nuovi organismi intermunicipali. Scenario che ovviamente comporterebbe una certa rivoluzione soprattutto a livello di legislazioni locali, perché occorrerebbe introdurre una nuova figura istituzionale capace di mettere in relazione le diverse amministrazioni secondo uno schema di “area metropolitana costiera”.

3)  La Sardegna ha recentemente proposto strategie che hanno posto il paesaggio al centro dell’azione di pianificazione. Qual è il suo parere a riguardo? Quale pensa siano gli strumenti  per affrontare le  problematiche e le criticità del governo del territorio?

Il paesaggio si è convertito, in questo ultimi anni, in un grande attrattore territoriale situandosi nella considerazione architettonica alla pari della città consolidata e sradicando il concetto che negli anni ’50 e ’60 lo vedeva inteso solo come background, lo sfondo della città consolidata sola meritevole di essere studiata. Il paesaggio va preservato come un grande patrimonio, non semplicemente congelandolo però: intervenire con misure di valorizzazione costituite da edifici pubblici e da un circuito di piccoli interventi che possono anche essere di trasformazione può rappresentare una strategia. Strategia che però spesso può implicare una spesa di cui non sempre si è in possesso. Vanno sottolineate e pubblicizzate a tal proposito, le attività e il lavoro di enti come l’osservatorio del paesaggio della Sardegna che, come quelli presenti sia in Catalunya che a  Genova, si occupano di tutelare il paesaggio, classificare i diversi paesaggi presenti nel territorio e preservare tutti quelle zone che soffrono una grande pressione immobiliare.

Questo tipo di operazioni di controllo sono più che mai importanti, perché se in questo periodo di crisi tale pressione non esiste, sarà sicuramente presente in futuro: per questo è necessario dotare il paesaggio di enti e istituzioni che si occupino di proteggerlo. Occorre dire, inoltre, che il paesaggio non può rappresentare in nessun caso l’unico strumento di attivazione dell’economia; le città, ad esempio, devono ri-costruirsi, ri-attivarsi al proprio interno, devono essere lavorati i suoi limiti rinforzandoli o generando n alcuni  casi dei luoghi di transizione tra città e il paesaggio stesso attraverso piccole interventi su scala urbana, ibridi tra città e paesaggio,  in altri preservando i paesaggi naturali come tali e, in altri ancora, manipolando il paesaggio per dar vita a luoghi dell’ozio, del divertimento, dello sport.

4)  Affermiamo che l’architettura ha un valore POLITICO e crediamo che debba riscoprirne la sua dimensione ETICA” quale pensa debba essere il ruolo della politica nei confronti dell’architettura oggi.

La mia generazione è stata maggiormente preoccupata da quelle che potremmo definire geometrie, dalle topologie, topografie nel tentativo di comprendere come questi sistemi potessero generare dei modelli. Questa generazione di architetti invece, ha compreso che oltre a questi aspetti, sia importante dare all’architettura anche una dimensione sociale e politica, di creazione di relazioni con le amministrazioni, interazioni con le persone, con la conoscenza, con la sensibilità; intendendo  quindi l’architettura non solo come una disciplina chiusa in un mondo formale, figurativo o di ricerca condotta ai margini della disciplina, ma capace di prese di posizione, di scelte morali che generano relazioni qualitative con la gente.  In questo senso, questo nuovo tipo di atteggiamento implica un passo in avanti verso la politica: sono convinto debba esserci una sempre maggiore presenza di intellettuali nella politica e quindi, ovviamente, di architetti.

L’architetto, in questo senso, deve riappropriarsi del ruolo che ha rappresentato per la società in passato, riaffermare la sua condizione: da sempre la nostra missione è sempre stata quella di creare un habitat qualitativo e ciò non può ridursi solo al progetto ma deve comprendere decisioni e riflessioni su molti livelli tra cui ovviamente quelle relative alla sfera della politica, dell’etica e della morale.

5)  Nel suo modo di intendere l’architettura in quale dei concetti espressi dal nostro manifesto si sente più rappresentato? Perchè?

L’aspetto di parole chiave del vostro manifesto è indubbiamente interessante e bene interpreta questa fase di cambio disciplinare in cui ci troviamo. Stiamo vivendo in un’epoca di cambi reali e profondi della nostra disciplina e questo anche al  di là di quella che può essere considerata la crisi economica e politica. Se questo cambi siano già effettivi o se ne  stiano preannunciando quelli che avverranno solo in dieci, quindici anni ancora non lo possiamo sapere ma, ritengo che in questo momento diventi sempre più  indispensabile esplorare il terreno su cui andremo a lavorare nel prossimo futuro: creare cartografie, mappe mentali e parole chiave per potersi ubicare e orientare in un futuro in cui, sono convinto, le logiche saranno completamente differenti rispetto a quelle che in questo momento stiamo percorrendo.

Il manifesto, per questo motivo, mi sembra interessantissimo, perché risponde perfettamente a questa nuova esigenza, manifestarsi con termini di convinzione e auto convincimento. Parole come INTERAZIONE, COMUNICAZIONE, COMPLESSITÀ, rappresentano la logica del mondo contemporaneo, in cui si lavora con simultaneità di informazioni e in cui diventa necessario processare interagire qualitativamente per evitare di generare il caos. Ci sono poi parole fantastiche che non sempre vengono menzionate perché di queste si ha timore e che dobbiamo cercare di recuperare ALLEGRIA, BELLEZZA, POSITIVISMO, RELAZIONE, SIMPATIA, EMPATIA, per poter generare un contesto migliore, più bello, stimolante di qualità. Il concetto più significativo però credo sia IDENTITÀ, probabilmente il più importante in un mondo in cui risulta essere sempre più fondamentale identificarsi con una rete. È necessario stare interconnessi tra noi, città, territori, persone e fare avventure collettive. L’architettura deve essere capace di fare questo tipo di esperienze, riconquistare la capacità di lavorare collettivamente rispetto alle rivalità delle piccole marche, senza mai perdere la propria identità individuale, della città, del proprio contesto.

 

Manuel Gausa e Florence Raveau

Cosa significa fare – Una risposta a Renzo Piano

Renzo Piano - Vieni via con me

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Architetti in Spagna: un sindacato per recuperare i diritti perduti

Ramón Durántez, Darío Negueruela, María Jesús Isabel, Ángela Matesanz, María López e Virginia López nella sede del Sindacato degli Architetti

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Puoi leggere l’articolo completo su questo link

ARTICOLO EL PAIS

30 Settembre 2010

“Per far fronte allo sfruttamento e gli abusi, abbiamo deciso di creare un sindacato”

Il lavoro precario e l’abuso della figura del falso lavoratore autonomo ha lasciato molti giovani senza protezione e li ha allontanati dai sindacati. Due nuove associazioni, degli architetti e degli archeologi, lottano  per recuperare i diritti perduti.

Non appena conclusa la carriera in Architettura, Maria  Lopez si è dovuta scontrare con la realtà lavorativa: “Lavoro da circa 6 anni e non ho mai avuto un contratto. Mai. Ora sono passata da avere uno stipendio di 300 euro in nero ad essere contrattata illegalmente come falso autonomo per circa 21.000 lordi all’anno.”

Maria, architetto di 28 anni, lavora con un’impresa con un orario fisso giornaliero alla stregua di un lavoratore sotto contratto ma, a differenza di questi ultimi, paga di tasca propria una quota di 250 euro di tasse come lavoratrice autonoma che influisce pesantemente sul suo stipendio. Tale situazione non le permette di godere  di tutti i diritti di cui  il resto degli impiegati con un contratto beneficia (contributi per la disoccupazione, malattia, gravidanza).

Come molti dei suoi colleghi è stanca:”apparteniamo a una generazione che accetta qualsiasi cosa. In parte è colpa nostra. Non siamo stati coscienti delle conseguenze. Il problema è stato sempre visibile ma non abbiamo voluto rendercene conto sino a che la crisi ci ha risvegliato”.

Maria si è affiliata al primo Sindacato di Architetti di Spagna (SAE), nato al principio di quest’anno con l’obiettivo di combattere la precarietà lavorativa e ottenere un accordo collettivo per un settore che, a differenze di quello degli ingegneri, patisce una carenza di protezione legale.

Il sindacato, che non rivela il numero dei suoi affiliati, calcola che circa il 60% degli architetti che lavorano in Spagna sono falsi autonomi. “Lottiamo soprattutto contro tutti quegli architetti di un’altra generazione che hanno fomentato un sistema illegale”, spiega Ramón Durántez (35 anni), portavoce del SAE. “Vogliamo proteggere gli architetti che lavorano per conto proprio, sfruttati e del cui lavoro si abusa” spiega Durántez, che tentò invano che uno dei grandi sindacati lo accogliesse tra le proprie fila. “Per questo  ci siamo costituiti come sindacato, perché le altre istituzioni ci diano maggior importanza. Siamo ottimisti”, aggiunge. “Sappiamo che ci sono altri modi per organizzarci e forme per poter portare avanti il nostro lavoro”.

Nelle professioni relazionate con il settore delle costruzioni, la comunicazione e l’ambiente – tra le altre – si sta abusando della figura del falso lavoratore autonomo. Persona senza un contratto regolare ma che instaura una collaborazione fissa con l’impresa. Senza contratto, si è maggiormente esposti a rischi, dentro una spirale che la crisi attuale ha aggravato.

Sole Gil (33 anni), si trova nella stessa situazione di Maria. Appartenente alla prima Associazione Madrilena di Lavoratori e Lavoratrici in Archeologia (AMTTA), vuol mettere fine al vuoto legislativo della sua professione, priva di un accordo collettivo. “Prima del boom si poteva trovare qualche lavoro di qualità, durante il boom la qualità è venuta meno per tutti, e ora solo Dio sa dove siamo diretti”, spiega.  La sua professione, eccetto per alcuni privilegiati, è molto lontana dall’idea di avventura che gli si attribuisce. Mentre gli operai della costruzione sono accolti e tutelati da un accordo collettivo di settore, gli archeologi – che sono incaricati per legge a catalogare possibili resti storici che appaiano durante un cantiere – non godono di nessun tipo di tutela e non sanno a chi rivolgersi. “ Nel cantiere della M-30, gli operai avevano uno stipendio considerevolmente più alto rispetto a quello degli archeologi, si parla di quasi 400 euro in più,” racconta Jaime Alamansa, archeologo di 26 anni.

La totale mancanza di tutela per gli architetti e gli archeologi si deve alla mancanza di regolamenti lavorativi ma anche alla situazione del mercato. La crisi ha devastato queste due professioni legate al mondo della costruzione. Da anni di lavoro mal pagati si è passati ad un aumento della precarietà o, direttamente, alla disoccupazione. Quando un impresario mi offre 700 euro per lavorare tutto il giorno, e non ho delle condizioni legislative che mi possano tutelare, solo posso dire no al lavoro e lottare per la mia dignità”, spiega Sole.

Tradizionalmente, la tutela è sempre stata garantita dai sindacati. Nonostante questo, la temporaneità, le condizioni precarie e la demotivazione hanno allontanato i giovani da questi ultimi. Un esempio: dei 1.203.000 affiliati ai Sindacati Operai, solo 250.000 hanno meno di 35 anni. E di questi ultimi, i minori di 3 rappresentano solo il 10% (circa 25.000). Questo nonostante affiliarsi a un sindacato comporti un costo di soli 11 euro al mese (6 euro per i disoccupati).

“I giovani hanno reso naturale la precarietà”, segnala LauraAuñón, di 30 anni, responsabile dei giovani del CC00 del País Valenciano, che spiega che il grado di affiliazione è solito crescere quando il lavoratore ottiene un contratto a tempo completo o indeterminato. Auñón, affiliata dall’età di 20 anni, assicura che, a fronte  della scarsa attrazione che i sindacati genera tra i giovani, la cosa più importante è informare: “ Un contratto deve avere dei diritti, di qualsiasi tipo siano, di tre ore o quaranta. È fondamentale che i giovani siano organizzati”.

Con il suo piccone e la pala per gli scavi da cantiere, Sole pensa lo stesso: “ Se non lavoriamo tutti, non andiamo avanti”

IN CIFRE

– IL 93,1% dei giovani tra i 20 e i 24 anni non è mai appartenuto a un sindacato o ad una associazione di impresari (CIS, 2009); l’5,3% tra quelli tra 25 e 29 anni.

– il 9,8% dei minori di 30 anni che lavora lo fa con una attività propria, in totale 166.370 (Injuve, 2009).

Il Sindacato degli architetti calcola che il 60% deigli architetti che esercitano la professione sono falsi autonomi.

“Architetti senza lavoro in Spagna” Reportage tratto da El Pais

Ricardo Paternina Soberón, nella scala del suo appartamento - tratta da elpais.com

Reportage tratto da El Pais del 28 luglio 2010, sulla situazione lavorativa dei giovani architetti spagnoli. Lo proponiamo come punto di partenza per un dibattito sulla situazione lavorativa dei giovani progettisti in Italia e in particolare in Sardegna. Non esitate a scrivere un commento all’articolo!

Collettivo: Architetti senza lavoro.

Quanti sono? 51.177 iscritti all’albo, 3.576 ufficialmente disoccupati, il 7 percento del totale, e 30.419 stanno frequentando l’università.

Effetti della crisi: Il numero di edifici (di opere nuove, di uso residenziale e non residenziale) ultimati ad aprile del 2010 è di 3.045 con un caduta del 84% rispetto a quelli di un anno buono,come il 2005, con 20.065 edifici ultimati ad aprile. Il consumo di cemento è sceso, secondo la stessa fonte, da 55.998.000 tonnellate nel 2007 a 28.646.000 nel 2009.

Gruppo dell’incontro: Ricardo Paternina Soberón, 30 anni, disoccupato dal mese gennaio.

Quando? Martedi 27 Luglio alle 18.00, nella sua casa del quartiere madrileno di Lavapiés.

Ricardo Paternina Soberón, nella scala del suo appartamento - tratta da elpais.com

Ricardo Paternina appartiene a quella generazione di giovani spagnoli iperformati che, finendo gli studi, hanno incontrato un panorama lavorativo tanto effervescente quanto desolante, in cui la loro preparazione si traduceva in stipendi nemmeno milleuristi ma vicini al salario minimo interprofessionale, con l’aggravante di avere però “moltissime responsabilità senza alcuna tutela”. Gli stessi giovani che, abituati a guadagnare una miseria, a giornate lavorative di 12 ore, a nottate di lavoro senza dormire per finire una consegna ed a fine settimana non pagati, si sono trovati di botto disoccupati, in una situazione angosciante per la quale non vedono uscita e che fa loro ripensare agli anni passati a lavorare in condizioni deplorevoli come “il paradiso”. Il loro caso è doppiamente ingiusto, poiché la precarietà lavorativa si è prodotta in un settore vivace, quello del mattone, che viveva gli anni della bolla inarrestabile. Fino a che quando si è fermato e “ha cancellato” letteralmente dal mondo lavorativo migliaia e migliaia di muratori, pittori, falegnami, idraulici, elettricisti, architetti, geometri, costruttori, promotori immobiliari…

Nato a Santander, ha studiato Architettura a San Sebastian, specializzandosi successivamente con un anno di formazione in Olanda ed un altro in Inghilterra. “Sono sei anni di studi, uno per il progetto di tesi, mille corsi, quattro anni di dottorato…”. Ha terminato la carriera nel 2006, si è trasferito a Madrid e da allora ha lavorato e si è formato “moltissimo” in ogni tipo di studi, “grandi, medi e piccoli”, nei quali è arrivato a realizzare “progetti molto importanti, di alto livello” toccando tutti i campi della sua professione:  progetti esecutivi, restauri, residenze, centri per i giovani, “diverse tipologie di edifici in paesi esotici ed emergenti del Medio Oriente…” Preferisce, però, non fare nomi perché sa che “non piacerebbe ciò che deve dire” e non vuole “criminalizzare” alcuni studi e “discolparne” altri quando la situazione “è comune a tutti”.

Il problema dei ‘falsi autonomi’

All’inizio hai tanta voglia di lavorare che accetti qualsiasi cosa. Quando mi stancavo dello sfruttamento, cambiavo ad un altro posto, cercando condizioni migliori e per avere una prospettiva globale dell’architettura”, spiega seduto nella terrazza del suo appartamento, in affitto e condiviso, in Lavapiés, il quartiere più multirazziale di Madrid. Per sfruttamento si riferisce al pane quotidiano di migliaia di professionisti del suo settore che lavorano come se fossero dipendenti per studi che, tuttavia, non fanno contratti ma pagano un fisso tramite fatture e obbligano a lavorare come autonomi ed a pagarsi la Previdenza sociale, senza extra, senza ferie, senza diritto a cassintegrazione, con licenziamento libero e senza costo… Sono i falsi autonomi.

Durante il suo viaggio per tutti i mondi e sottomondi dell’architettura, ha guadagnato  da “un minimo di 900 euro lordi al mese ad un massimo di 1.800”, benché la media fosse di 1.200/1.400.

Ma sottolinea la sfumatura di “lordi” e fa un esempio, estratto del combattivo blog arquitectosexplotados. “In un caso ipotetico di un lavoratore dipendente e di un falso autonomo che guadagnino entrambi 1.700 euro al mese, al secondo rimarrebbero netti  792 euro al mese perché sono 12 mensilità (non 14) deve pagarsi la Previdenza sociale o l’Ordine degli Architetti, un’assicurazione per il caso in cui rimanga in disoccupazione…”. “Conosco molti amici che sfiorano il salario minimo, quando io in Olanda sono arrivato a guadagnare come tirocinante (come tirocinante!) 2.500 euro puliti“, sottolinea indignato ma senza abbandonare il suo tono educato e tranquillo, per aggiungere che tutti i suoi colleghi e conoscenti sono nella stessa situazione e che non ha mai visto un’ispezione lavorativa in nessuno degli uffici per i quali ha lavorato e che non conosce nessun collega che abbia denunciato qualcosa.

Come esempio paradigmatico del fenomeno, “un cocktail molotov al quale si arriva sommando la sovrabbondanza di professionisti con onorari liberalizzati ed un complesso Codice Tecnico dell’Edilizia”, Ricardo ricorda lo slogan che lo studio londinese dello spagnolo Alejandro Zaera Polo usò per reclutare tirocinanti “che stanno ancora peggio dei falsi autonomi”. Direttamente recitava:  Cercasi schiavi“. La cosa peggiore è che questa situazione è “completamente generalizzata” e molti studi di architettura, benché vogliano trattare meglio i propri lavoratori, non lo fanno “perché perdono vantaggio competitivo rispetto agli altri.” “Nei concorsi pubblici fanno punteggio i ribassi degli onorari e si sono arrivati a vedere  ribassi del 45 percento. Come? Tagliando gli stipendi“Tutti abbiamo la colpa, quelli che propongono queste condizioni e quelli che le accettano”. Era, a suo giudizio, un’epoca di “perfetta asimmetria” nella quale un’ingente quantità di guadagni rimaneva “in mani di molto pochi”. pagati ai propri schiavi. Si nutrono di gente che possono tranquillamente lasciar andar via poiché ci sarà sempre altra gente disposta ad inghiottire tutto senza lamentarsi perché non ha dietro”un paracadute”.  Ricardo non incolpa né discolpa nessuno di questo circolo vizioso:

“Ma in questa situazione è arrivata la crisi“, dice con un mezzo sorriso ironico, che lo ha beccato in uno studio importante nel quale lavorava da un anno e mezzo. “Finirono i lavori e dovemmo andarcene” per strada, lui ed altri 10 colleghi. Da gennaio di 2010 è ufficialmente disoccupato, come altri 3.576 colleghi, benché dubiti, e molto, di questi dati perché nel suo settore c’è “molta economia sommersa”, “molti uffici aperti senza aver incarichi” e molta gente “che vivacchia”. In questi sei mesi non ha ricevuto “una sola chiamata dell’ufficio dell’Inem dove, quello sì, si congratularono per il suo magnifico curriculum e per la sua specializzazione.   Per lui, l’ultima cosa che gli hanno offerto e a cui ha rinunciato”per principio” è un stipendio da “tre a cinque euro l’ora e senza contratto”, quando “una donna delle pulizie ne guadagna 12 e con contratto”. “Mi rifiuto di continuare a collaborare alla svalutazione dell’architettura, ad accettare onorari tanto al di sotto di quelli di qualsiasi altro professionista, preferisco lavorare in qualunque altra cosa che mi permetta di guadagnare per vivere ed avere tempo per continuare a cercare lavoro nel mio campo, per continuare a fare la tesi e altri corsi”. In realtà, è appena ritornato da Santander da un corso e non smette di partecipare a concorsi e di diversificare il suo curriculum per abbracciare altri campi relazionati all’architettura come design grafico, arredamento, calcolo di strutture, installazioni… “L’idea è non fermarti, continuare a fare architettura in qualsiasi sua forma”.

“Non ho perso la dignità”

Per sopravvivere, accetta lavori occasionali dando informazione in un stand della fiera Ifema. “Non ho perso la dignità né bisogna vergognarsi di niente”, condanna con una coerenza ed una dignità schiacciante. Nella sua innocenza, pensava che un giovane disoccupato, figlio di genitori divorziati e con una madre che non lavora, che ha studiato tutta la carriera con borse di studio, senza risparmi né entrate né proprietà, avrebbe potuto accedere a qualche sussidio. “Ma mi han risposto che non sono né alcolizzato né drogato né ex carcerato né un pericolo per la società.” Cosicché ragazzo, arrangiati da solo. In questo “inferno”, nel quale nessuno ti aiuta “perché si suppone che abbia una capacità bestiale di trovare lavoro (però quando ce n’è)”, arrivò persino a pensare di andare alla mensa sociale, ma i suoi amici l’hanno aiutato e dissuaso. Ricardo che condivide l’appartamento con una sceneggiatrice, anche lei disoccupata, e per il quale paga 370 euro al mese più spese, non capisce il paradosso di un paese nel quale “alcune persone acquisiscono gran quantità di conoscenze e lavorano per chi non le ha, molti di questi senza alcun tipo di etica”, in riferimento ad alcuni promotori e costruttori “sfruttatori ed opportunisti” che hanno propiziato la brutta immagine che si ha dell’edilizia.

Non si capisce come sia possibile che un “idraulico senza alcuna formazione” ti faccia un “lavoretto insignificante in casa” con silicone e riscuota “parcelle esagerate”. “Chiunque guadagna molto più di te, un cameriere, un muratore, un disegnatore”, si lamenta. Ma, soprattutto, è “arrabbiato” verso lo Stato:  “Tra tutte le cose paghiamo il tanto tempo, denaro e sforzo nella formazione degli universitari, perché in realtà costa molto più di quello che si paga come tasse di iscrizione, e dopo non si è creata una struttura per mantenerli in un paese che ti espelle”. Interrogato se, vista la situazione, sapendo ciò che ora sa e dopo sei mesi di disoccupazione, tornerebbe a studiare architettura, ride a crepapelle, per la prima volta in tutta l’intervista, e dice decisamente sì con la testa. Quella stessa domanda l’ha fatta mille volte a sé stesso ed altri colleghi nella sua stessa situazione. “Sì, senza dubitare nemmeno un minuto, la mia scelta è completamente vocazionale e fino alla fine, costi quello che costi. È la forma in cui mi piacerebbe vivere, benché se lo domandassi a moltissima altra gente ti direbbe di no.”

Che cosa si potrebbe fare per migliorare questa nera prospettiva, con professionisti disoccupati ed uno stock di 800.000 abitazioni invendute? “In primo luogo legalizzare la situazione lavorativa degli architetti che lavorano per altri, chiarificare i loro diritti ed obblighi, pagargli un salario dignitoso, ed aprire nicchie lavorative in cui ricollocare l’eccedenza di professionisti. Ci sono sempre cose da fare, c’è bisogno di servizi pubblici, recuperi di abitazioni… l’architetto deve stimolare la città e mantenerla in costante evoluzione. Sull’eccedenza di abitazioni non è che non ci sia domanda, che c’è, ma non a quei prezzi, benché io non sia né politico né economista.”

“Viviamo un’instabilità bestiale. Hanno distrutto tutte le nostre aspettative, ci hanno lasciato senza possibilità di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno”, confessa con tutta la sua crudezza e facendosi estemporaneo portavoce dei trentenni, per sottolineare che in Spagna “l’orologio biologico umano non coincide con quello lavorativo, portando allo scoraggiamento e alla depressione”. La sua speranza è avere “una vita stabile, semplice e tranquilla, dedicata all’architettura e con un posto in cui poter vivere”. Il suo sogno è aprire uno studio ed avere quel “primo incarico di un progetto intero in cui poter esprimere”, finalmente, tutte le proprie conoscenze “in qualcosa di costruito”, ma sa che è difficile, tra altre ragioni, per l’investimento iniziale che richiede, per “la complessità e l’ingente lavoro aggiuntivo” introdotto dal Codice Tecnico dell’Edilizia e perché i professionisti devono pagare l’assicurazione di responsabilità civile per 10 anni. “Questo ti obbliga ad assicurare un portafoglio clienti che ti permetta di coprire dette spese per 10 anni”, spiega. A settembre farà “un ultimo tentativo” col suo migliore amico, anch’egli architetto, col quale tenterà di mettere in moto alcune delle sue molte idee, come “aprire un’impresa di accessori di architettura”, e presentarsi a concorsi. Se non funziona, se non potrà “esercitare degnamente la sua professione”, andrà in un altro paese come Olanda, Germania o Svizzera dove lo trattino “meglio.”