Cinque domande a Manuel Gausa

Intervista a Manuel Gausa, architetto e dottore di ricerca, fondatore dello studio Actar Arquitectura.

1)   L’inizio secolo passerà alla storia come quello del web 2.0, delle manifestazioni  organizzate attraverso la rete, di eventi che coinvolgono  attivamente le persone, sempre meno disposte ad accettare passivamente decisioni calate dall’alto.   Lo sviluppo delle cittá e le modifiche del paesaggio risultano coinvolte nello stesso scenario, in cui il desiderio dell’utenza finale assume crescente importanza. In che modo la figura dell’architetto dovrebbe porsi rispetto a questa prospettive?

La visione della città e del territorio è cambiata profondamente in questo fine secolo XX e inizio XXI: da pensare che la città potesse essere concepita come una forma statica, un luogo più o meno stabile oggi, siamo passati a concepirla come un sistema dinamico costituito da strati, materiali e immateriali. Questi strati o livelli non sono altro che informazioni, processi che esprimono dati sia fisici come la demografia, la cultura,l’economia, sia immateriali come la sensualità di un luogo. Realizzare interazioni in questo sistema informatico, mettere in relazione i processi strategici con quelli virtuali è la sfida più importante di questo nuovo modo di concepire le nostre città. Per questo motivo strategia e interazione sono diventate cosi importanti in questo cambio di secolo, le nuove generazioni  lavoreranno  sempre più con l’idea di processare informazioni, elaborarle facendole interagire in maniera qualitativa tra loro, lavorando secondo una strategia. INTERAZIONE non significa soltanto gestire informazioni astratte o virtuali, ma può significare anche lavorare con i temi molto concreti quali la sostenibilità ecologica, il luogo, le persone, la tecnologia, la cultura locale e globale e tutta una serie di discipline diverse che abbracciano le trasformazioni che si stanno generando nel mondo contemporaneo: per questo in questo contesto diventano importanti anche concetti come IBRIDAZIONE e INTERCAMBIO, perché ci parlano ancora una volta della capacità di combinare cose, di farle interagire; non come nell’epoca postmoderna, accumulandole come in un collage senza capacità di relazione tra loro ma, al contrario, connettendole per farle interagire per ottenere nuove situazioni. Per questo motivo città e territorio devono lavorare con l’interazione, per permettere alla varie parti della città di lavorare insieme: la città tradizionale con i propri valori con i nuovi interventi di preservazione e trasformazione qualitativa, con le nuovi reti infrastrutturali di comunicazione di reti materiali e immateriali col fine di dar luogo a sistemi complessi.

Questa è la grande sfida del nostro momento, elaborare sistemi integrati complessi, sicuramente non facili da spiegare e per i quali non esiste un modello prestabilito, sistemi integrati di informazioni molto spesso locali e globali allo stesso tempo, per i quali è necessario lavorare concretamente su aspetti profondamente legati alla realtà, con l’obiettivo di riattivarla e farla funzionare in modo migliore.

2)   Turismo, capacità di carico, speculazione, fragilità ambientale, climate change… Sono tanti i fattori che incidono sugli equilibri dei territori costieri. Quali strategie i progettisti possono proporre in un ambiente così delicato e complesso?

La costa è uno di quegli spazi specifici che possiede una sua propria logica perché appartiene allo stesso tempo a processi globali e locali che interessano la città in generale, la città generica. Siamo interessati a tutti quei processi di esplosione ed espansione della città nel territorio, di rottura del limite delle frontiere della città, tanto politiche quanto geografiche. La costa è particolarmente fragile, e nonostante la peculiarità dei suoi paesaggi, spesso finisce per essere attaccata a causa soprattutto delle sue delicate caratteristiche fisiche: i territori costieri sono relativamente piccoli e per questo facilmente occupabili. Per questo motivo si vengono a creare fenomeni simili a quelli di una città espansa; fenomeni che sul territorio costiero tendono a convertirsi in elementi filamentosi che generano una barriera nel litorale costituita dall’alternanza di  spazi edificati e spazi liberi, coste accidentali, spiagge, paesaggi montuosi generando un territorio la cui ricchezza e complessità non è ancora stata studiata sufficientemente.

In passato la costa non è stata sufficientemente studiata perché si tendeva a relazionarla con una serie di fenomeni allora disprezzati come il turismo (inteso come fenomeno di consumo), le infrastrutture portuali, o semplicemente perché intesa come luogo paesaggistico, per una generazione  però che non interpretava  il paesaggio come parte della città e del territorio. Oggi siamo in grado di riconoscere che il valore della costa è precisamente possedere tutti questi processi simultaneamente e, per questo motivo, la costa si è convertita nel grande attrattore urbano territoriale, luogo di intercambio tanto culturale che commerciale, pensiamo a città come Barcellona, Genova, Napoli, Marsiglia, città che possiedono le caratteristiche tipiche della città tradizionale ma nelle quali possiamo trovare strutture portuali, talvolta spiagge e tutte con la grande capacità di generare scambi. Questi territori così delicati e inesplorati sono privi di un corpus teorico sul quale in questo momento stiamo lavorando, tanto le università quanto le unità di ricerca. Occorre generare dei sistemi integrati in cui il paesaggio non sia più un attore residuale, dove si parla sia di paesaggi da conservare che di quelli da modificare con sensibilità paesaggistica. Lavorare con la bassa densità, le discontinuità, le infrastrutture di collegamento dentro una strategia di grande scala. Dopo di che occorre studiare ogni singolo caso con la corretta sensibilità che richiede ogni specifica situazione, nelle difficoltà di situazioni già precostituite complesse.

Sarebbe inoltre necessario convincere i comuni a lavorare in reti solidarie in cui regolamentare la crescita di alcuni e frenare quella di quelli più densi, suddividendo gli ingressi economici, plusvalie, finanziamenti a nuovi organismi intermunicipali. Scenario che ovviamente comporterebbe una certa rivoluzione soprattutto a livello di legislazioni locali, perché occorrerebbe introdurre una nuova figura istituzionale capace di mettere in relazione le diverse amministrazioni secondo uno schema di “area metropolitana costiera”.

3)  La Sardegna ha recentemente proposto strategie che hanno posto il paesaggio al centro dell’azione di pianificazione. Qual è il suo parere a riguardo? Quale pensa siano gli strumenti  per affrontare le  problematiche e le criticità del governo del territorio?

Il paesaggio si è convertito, in questo ultimi anni, in un grande attrattore territoriale situandosi nella considerazione architettonica alla pari della città consolidata e sradicando il concetto che negli anni ’50 e ’60 lo vedeva inteso solo come background, lo sfondo della città consolidata sola meritevole di essere studiata. Il paesaggio va preservato come un grande patrimonio, non semplicemente congelandolo però: intervenire con misure di valorizzazione costituite da edifici pubblici e da un circuito di piccoli interventi che possono anche essere di trasformazione può rappresentare una strategia. Strategia che però spesso può implicare una spesa di cui non sempre si è in possesso. Vanno sottolineate e pubblicizzate a tal proposito, le attività e il lavoro di enti come l’osservatorio del paesaggio della Sardegna che, come quelli presenti sia in Catalunya che a  Genova, si occupano di tutelare il paesaggio, classificare i diversi paesaggi presenti nel territorio e preservare tutti quelle zone che soffrono una grande pressione immobiliare.

Questo tipo di operazioni di controllo sono più che mai importanti, perché se in questo periodo di crisi tale pressione non esiste, sarà sicuramente presente in futuro: per questo è necessario dotare il paesaggio di enti e istituzioni che si occupino di proteggerlo. Occorre dire, inoltre, che il paesaggio non può rappresentare in nessun caso l’unico strumento di attivazione dell’economia; le città, ad esempio, devono ri-costruirsi, ri-attivarsi al proprio interno, devono essere lavorati i suoi limiti rinforzandoli o generando n alcuni  casi dei luoghi di transizione tra città e il paesaggio stesso attraverso piccole interventi su scala urbana, ibridi tra città e paesaggio,  in altri preservando i paesaggi naturali come tali e, in altri ancora, manipolando il paesaggio per dar vita a luoghi dell’ozio, del divertimento, dello sport.

4)  Affermiamo che l’architettura ha un valore POLITICO e crediamo che debba riscoprirne la sua dimensione ETICA” quale pensa debba essere il ruolo della politica nei confronti dell’architettura oggi.

La mia generazione è stata maggiormente preoccupata da quelle che potremmo definire geometrie, dalle topologie, topografie nel tentativo di comprendere come questi sistemi potessero generare dei modelli. Questa generazione di architetti invece, ha compreso che oltre a questi aspetti, sia importante dare all’architettura anche una dimensione sociale e politica, di creazione di relazioni con le amministrazioni, interazioni con le persone, con la conoscenza, con la sensibilità; intendendo  quindi l’architettura non solo come una disciplina chiusa in un mondo formale, figurativo o di ricerca condotta ai margini della disciplina, ma capace di prese di posizione, di scelte morali che generano relazioni qualitative con la gente.  In questo senso, questo nuovo tipo di atteggiamento implica un passo in avanti verso la politica: sono convinto debba esserci una sempre maggiore presenza di intellettuali nella politica e quindi, ovviamente, di architetti.

L’architetto, in questo senso, deve riappropriarsi del ruolo che ha rappresentato per la società in passato, riaffermare la sua condizione: da sempre la nostra missione è sempre stata quella di creare un habitat qualitativo e ciò non può ridursi solo al progetto ma deve comprendere decisioni e riflessioni su molti livelli tra cui ovviamente quelle relative alla sfera della politica, dell’etica e della morale.

5)  Nel suo modo di intendere l’architettura in quale dei concetti espressi dal nostro manifesto si sente più rappresentato? Perchè?

L’aspetto di parole chiave del vostro manifesto è indubbiamente interessante e bene interpreta questa fase di cambio disciplinare in cui ci troviamo. Stiamo vivendo in un’epoca di cambi reali e profondi della nostra disciplina e questo anche al  di là di quella che può essere considerata la crisi economica e politica. Se questo cambi siano già effettivi o se ne  stiano preannunciando quelli che avverranno solo in dieci, quindici anni ancora non lo possiamo sapere ma, ritengo che in questo momento diventi sempre più  indispensabile esplorare il terreno su cui andremo a lavorare nel prossimo futuro: creare cartografie, mappe mentali e parole chiave per potersi ubicare e orientare in un futuro in cui, sono convinto, le logiche saranno completamente differenti rispetto a quelle che in questo momento stiamo percorrendo.

Il manifesto, per questo motivo, mi sembra interessantissimo, perché risponde perfettamente a questa nuova esigenza, manifestarsi con termini di convinzione e auto convincimento. Parole come INTERAZIONE, COMUNICAZIONE, COMPLESSITÀ, rappresentano la logica del mondo contemporaneo, in cui si lavora con simultaneità di informazioni e in cui diventa necessario processare interagire qualitativamente per evitare di generare il caos. Ci sono poi parole fantastiche che non sempre vengono menzionate perché di queste si ha timore e che dobbiamo cercare di recuperare ALLEGRIA, BELLEZZA, POSITIVISMO, RELAZIONE, SIMPATIA, EMPATIA, per poter generare un contesto migliore, più bello, stimolante di qualità. Il concetto più significativo però credo sia IDENTITÀ, probabilmente il più importante in un mondo in cui risulta essere sempre più fondamentale identificarsi con una rete. È necessario stare interconnessi tra noi, città, territori, persone e fare avventure collettive. L’architettura deve essere capace di fare questo tipo di esperienze, riconquistare la capacità di lavorare collettivamente rispetto alle rivalità delle piccole marche, senza mai perdere la propria identità individuale, della città, del proprio contesto.

 

Manuel Gausa e Florence Raveau

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Cosa significa fare – Una risposta a Renzo Piano

Il blog sardarch si è spostato nella piattaforma www.sardarch.it, vi inviatiamo a visitare il nostro nuovo sito dove saranno presenti articoli sempre aggiornati.

1319 e Colectivo de la Calle, progetti per ripensare lo spazio pubblico.

“Uno spazio pubblico cittadino non è uno spazio residuale tra strada e edifici, tantomeno uno spazio vuoto considerato pubblico solamente per ragioni giuridiche. Non è uno spazio specifico, in cui bisogna andare, come chi va ad un museo o a uno spettacolo. Sarebbe meglio dire che questi spazi sopracitati sono spazi pubblici potenziali ma che hanno bisogno di qualcosa in più perché diventino spazi pubblici cittadini.

Lo spazio pubblico è allo stesso tempo lo spazio principale dell’urbanistica, della cultura urbana e della cittadinanza. È uno spazio fisico, simbolico e politico.” (da: El espacio publico: ciudad y ciudadania di Borja-Muxi)

Le città contemporanee nella loro crescente corsa alla occupazione totale del territorio, lasciano inevitabilmente cicatrici sul suolo urbanizzato, accumulando una grande quantità di spazi inutilizzati e inedificati, spazi che nell’attesa di diventare qualcos’altro restano bloccati nel limbo anche per lunghi periodi di tempo.

L’idea del collettivo 1319 e del collettivo De la calle è quella di riciclare temporaneamente questi luoghi, sfruttando il limite delle città di non riuscire a generare nuovi usi negli spazi, che per motivi giuridici-amministrativi restano abbandonati: spazi in attesa di essere edificati, vuoti urbani di lunga data e altri che nascono in seguito a demolizioni di antichi edifici, spazi che secondo il progetto di questi due gruppi potrebbero essere recuperati in modo effimero per un uso pubblico.

Il progetto De la Calle (http://thegreatoutdoors.typepad.com/delacallefc/ )per la rigenerazione temporanea di questi vuoti urbani si appoggia sul concetto di sport informale, concepito come attività delle quali possono essere precisamente delineate caratteristiche quali spontaneità, scarsi o nulli requisiti previi siano essi tecnici (livello individuale) o istituzionale (non appartenere formalmente a nessuna squadra), economici (non pagare quote per occupare lo spazio) organizzativi e legali.

Lo scopo dell’iniziativa è rivendicare il diritto alla città e all’uso dello spazio pubblico, mantenendo e permettendo che esista la spontaneità e il carattere temporaneo delle esperienze della strada contrapponendosi e invitando alla riflessione rispetto alla crescente edificazione di spazi per l’attività sportiva formale, palestre, campi etc e la concomitante riduzione di spazi per la pratica dello sport informale, attraverso leggi che diminuiscono la libertà all’uso dello spazio pubblico.

Contestualizzando il proprio intervento nell’ambito della città di Barcellona, il colectivo De la calle ha usato come pretesto il “fútbol callejero”, il calcio di strada, cercando di dare delle nuove opzioni per gli spazi di gioco attraverso la riappropriazione temporanea di vuoti urbani.

La strategia del Colectivo passa attraverso un censimento di tutte le installazioni sportive informali esistenti nella città e di tutti quei vuoi urbani inutilizzati, allo scopo di poter pianificare, identificare e gestire questi spazi e progettare nuove installazioni informali che potrebbero funzionare come spazi di sperimentazione prima di investire denaro per la costruzione di spazi sportivi formali.

L’obiettivo è ripensare il modo di pianificare lo spazio pubblico rispetto alla sua continuità nel tempo per favorire la creazione di luoghi che si sviluppino nel tempo in modo discontinuo e de localizzato.

Creare una ipotetica struttura urbana di spazi in disuso, con forma e localizzazione variabili nel tempo e capaci di assecondare le trasformazioni delle città, ottenendo cosi una serie di spazi pubblici attivi in maniera temporanea.

Il carattere effimero di queste installazioni sportive informali, fa si che gli spazi che vengono creati durino un tempo relativamente corto ma che al contempo abbiamo una grande possibilità di successo dovute a fattori molto diversi quali il tipo di pubblico e fattori ambientali.

Video de la calle:

Sulla falsariga del progetto De la calle, anche lo studio di progettazione 1319, composto da Patricio Levy e Veronica Mansilla, ( http://www.wix.com/trecediecinueve/1319) pensa a un differente modo di recuperare questi vuoti urbani in disuso.

La strategia é simile, creare una ipotetica struttura urbana di spazi pubblici in disuso allo scopo di generare una rete di spazi pubblici attivi in maniera temporanea.

“il recupero degli spazi in disuso migliora la qualità ambientale, la percezione del contesto e l’identità e adesione sociale del quartiere, evita problemi di salubrità, sicurezza e degrado ambientale, tanto del suolo quanto del contesto sociale.”

La proposta parte dalla considerazione che non è necessario generare nuovi spazi, considerando che utilizzando quelli esistenti è possibile rispondere in breve tempo, alle esigenze di tutti gli attori sociali coinvolti:

– ai cittadini di avere spazi di incontro;

– all’amministrazione limitare il degrado ambientale;

– al proprietario privato compensare il costo di mantenimento del terreno.

L’approccio dei 1319 è sistematico e prevede come primo step la creazione di un Registro dei terreni per uso pubblico nel quale registrare tutti i terreni vuoti e in disuso: in questa fase la partecipazione della cittadinanza è fondamentale nel momento di definire una “mappa collaborativa” nella quale i cittadini possono introdurre le proprie informazioni.

La seconda fase prevede la creazione di un equipe di intermediazione che si occupi sia della gestione dei vari terreni attraverso il loro utilizzo temporaneo, sia di intermediare tra l’amministrazione pubblica, i cittadini e il proprietario proponendo un contratto di cessione temporanea che consenta l’utilizzazione dello spazio.

Attualmente il collettivo 1319 sta applicando questa strategia per la riqualificazione di un vuoto urbano nella città di Tucuman in Argentina, in un progetto denominato Acción-Reacción.

1319 – construir el vacio

1319

http://www.wix.com/trecediecinueve/1319

Accion reaccion

http://www.facebook.com/album.php?aid=14809&id=111514532207094

De la calle

http://thegreatoutdoors.typepad.com/delacallefc/

Cinque domande a Nieto Sobejano Arquitectos

Intervista a Fuensanta Nieto e Enrique Sobejano, soci fondatori di Nieto Sobejano Arquitectos, L.S.
1) L’inizio secolo passerá alla storia come quello del web 2.0, delle manifestazioni organizzate attraverso la rete, di eventi che coinvolgono attivamente le persone, sempre meno disposte ad accettare passivamente decisioni calate dall’alto. Lo sviluppo delle cittá e le modifiche del paesaggio risultano coinvolte nello stesso scenario, in cui il desiderio dell’utenza finale assume crescente importanza.
In che modo la figura dell’architetto dovrebbe porsi rispetto a queste prospettive?

I cambiamenti nel modo di comunicare, attraverso i nuovi social network, internet, tv blogs influenzano fortemente il comportamento delle persone e, necessariamente, il loro modo di relazionarsi con architettura, città e paesaggio. Questo aspetto può, per moltissimi aspetti, essere positivo ma occorre domandarsi sino a che a punto l’architettura risulta esserne condizionata.
Senza dubbio, un fattore nel lavoro dell’architetto é cambiato: il tempo dell’informazione é inusitatamente rapido, l’informazione arriva online, le immagini vengono consumate in pubblicazioni, e web, le nuove tecnologie hanno consentito l’esplorazione di geometrie spaziali complesse.
Paradossalmente però, le capacità realizzative dell’industria delle costruzioni non sono rimaste al passo delle potenzialità di sviluppo di nuove forme e strutture, generando una frattura sempre più ampia tra il disegno e la realtà che costruisce le nostre città.
D’altra parte, i tempi di realizzazione di un progetto si sono ridotti considerevolmente grazie alla disponibilità dei nuovi mezzi informatici, nonostante questo i tempi di realizzazione delle opere sono fortunatamente ancora lenti: i nostri progetti vengono sviluppati e realizzati in una media di cinque anni dall’idea iniziale alla realizzazione consentendoci di riflettere e pensare al progetto durante il suo sviluppo.
L’architettura ha bisogno di tempo, l’irruzione dei nuovi mezzi non deve portarci a perdere questo fattore indispensabile per la qualità.

2) Turismo, capacità di carico, speculazione, fragilità ambientale, climate change… Sono tanti i fattori che incidono sugli equilibri dei territori costieri. Quali strategie i progettisti possono proporre in un ambiente così delicato e complesso?

In prima istanza le amministrazioni dovrebbero porre dei limiti alle nuove costruzioni, nonostante le difficoltà cui possono andare incontro date dal fatto che l’edilizia trae benefici economici immediati per la cittadinanza e problemi ambientali a medio e lungo termine.
La presa di coscienza del valore della protezione di un paesaggio come quello della Sardegna o della Spagna é un lavoro di educazione al quale tutti dobbiamo collaborare.
Purtroppo c’è sempre qualche architetto disposto a costruire ciò che un committente gli incarica, senza alcun senso critico, anche quando si mette a repentaglio il difficile equilibrio tra investimento e protezione del territorio.

3) La Sardegna ha recentemente proposto strategie che hanno posto il paesaggio al centro dell’azione di pianificazione. Qual è il vostro parere a riguardo? Quali pensate siano gli strumenti per affrontare la problematiche e le criticità del governo del territorio ?

Non siamo bene al corrente del problema della Sardegna ma conosciamo il mal costume di situazioni simili in Spagna. Secondo la nostra opinione la maggior parte dei problemi si producono per la scala inadeguata delle costruzioni nel paesaggio. Non crediamo che esista miglior strategia per gli architetti che saper gestire la scala dei propri interventi. La scala di un intervento nella costa, o in un contesto paesaggistico di valore é più dannosa di una brutta architettura.

4) “Affermiamo che l’architettura ha un valore POLITICO e crediamo che debba riscoprirne la sua dimensione ETICA” quale pensate debba essere il ruolo della politica nei confronti dell’architettura oggi.

Negli ultimi tempi la dimensione politica e etica dell’architettura é stata sostituita, ogni giorno di piú, da quella economica e speculativa. Insistiamo nel sottolineare nuovamente l’importanza dell’amministrazione pubblica nella restituzione di questi valori.
In Spagna, da un lato sono derivati gravi danni urbanistici dovuti all’iniziativa privata nelle coste e nelle città, ma dall’altro sono state realizzate opere architettoniche importanti e riconosciute negli ultimi anni. Questi risultati sono dovuti a leggi che obbligano che ogni edificio pubblico: scuole, ospedali, musei, auditori, residenza sociale, parchi ecc.. debba essere aggiudicato attraverso concorsi pubblici con una giuria composta da architetti. Solo privilegiando la qualità rispetto alla convenienza economica é possibile recuperare i valori a cui vi riferite.

5) Nel vostro modo di intendere l’architettura in quale dei concetti espressi dal nostro manifesto vi sentite più rappresentati? Perchè?

Per noi, il lavoro dell’architetto consiste essenzialmente nel creare relazioni: stabilire connessioni tra necessità, luoghi, programmi, paesaggi, tecniche e la nostra memoria e esperienza.
La sostenibilità dell’architettura, oggi tanto elogiata, non risiede in tecnologie aggiunte o nei pannelli solari, ma nell’equilibrio e la scala adeguata di qualsiasi intervento nel suo contesto.


Fuensanta Nieto
Enrique Sobejano

Nieto Sobejano Arquitectos

Cinco preguntas a Nieto Sobejano Arquitectos

Entrevista a Fuensanta Nieto y Enrique Sobejano, socios fundadores de Nieto Sobejano Arquitectos, S.L.

1) El principio del siglo XXI pasará a la historia como el de la Web 2.0y por ser el momento en que aparecen eventos organizados a través de la red que involucran de forma directa a las personas que, cada vez más, piden ser tenidas en cuenta en la toma de las decisiones que afectan a su futuro.El desarrollo de las ciudades y las modificaciones del paisaje se ven afectados por este mismo fenómeno, creciendo en importancia el deseo de la ciudadanía.¿De qué forma el arquitecto debería enfrenarse a estas nuevas perspectivas?

Los cambios en el modo de comunicarse, a través de nuevas redes sociales, internet, tv, blogs, etc. afectan esencialmente al comportamiento de las personas y por tanto a su relación con la arquitectura, la ciudad, el paisaje.  Ello puede ser positivo en muchos aspectos, pero la pregunta es hasta qué punto la arquitectura se ve influida por ello. Sin duda hay un factor en el trabajo del arquitecto que ha cambiado: el tiempo de la información es inusitadamente rápido: la información llega on-line, las imágenes se consumen en publicaciones, la web, etc… y las nuevas tecnologías han abierto un gran campo de posibilidades de generación de geometrías espaciales complejas. Pero se da la paradoja de que las capacidades de desarrollo de complejas formas y estructuras no han sido asumidas por la industria de la construcción, y se produce un divorcio cada vez mayor entre la arquitectura dibujada y la realidad que construye nuestras ciudades.

Por otra  parte el tiempo de ejecución de un proyecto se ha reducido notablemente con los medios informáticos disponibles. Sin embargo, el tiempo de la construcción de la obra es afortunadamente aún lento: nuestros proyectos se desarrollan en una media de cinco años desde la primera idea hasta la terminación: ello nos permite reflexionar y pensar sobre la arquitectura durante su desarrollo. La arquitectura necesita tiempo, y la irrupción de los nuevos medios no nos deben llevar a perder esa cualidad necesaria para la calidad.

2) Turismo, capacidad de carga, especulación, fragilidad del medio ambiente, cambio climático… Hay muchos factores que influyen en el equilibrio muy débil de las zonas costeras. ¿Qué estrategias pueden seguir los diseñadores en un ambiente tan delicado y complejo?

En un orden de prioridad, las administraciones públicas son las que debe poner límites a las nuevas construcciones, lo que suele ser difícil puesto que la edificación trae beneficios económicos a corto plazo para sus habitantes, y problemas medioambientales a medio y largo plazo. La concienciación respecto a la protección de un paisaje como el de Cerdeña o España es una labor de educación en primer lugar en la que todos debemos colaborar. Lamentablemente siempre hay algunos arquitectos dispuestos a construir lo que un promotor les encarga, sin establecer ninguna crítica aún cuando se ponga en peligro el difícil equilibrio entre inversión y protección del territotio.

3) Cerdeña ha propuesto recientemente nuevas estrategias que ponen el paisaje en el centro de la planificación. ¿Cuál es su opinión al respecto? ¿Cuáles son, para usted, las herramientas para abordar los problemas y los puntos críticos de la planificación del territorio?

Desconocemos en detalle el problema de Cerdeña, pero conocemos la mala práctica en situaciones similares en España. En nuestra opinión los mayores problemas se producen por la inadecuada escala de las construcciones en el paisaje. No creemos que exista otra estrategia para los arquitectos más que saber medir la escala de sus intervenciones. La escala de una actuación en la costa, o en un entorno paisajístico de valor es más dañina que la mala arquitectura.

4) “Consideramos que la arquitectura tiene un valor político y creemos que debe redescubrir su dimensión ética” ¿ Qué papel debe jugar la política respecto a la arquitectura hoy?

En los últimos tiempos la dimensión política y ética de la arquitectura ha sido sustituída cada vez más por la económica y especulativa. Volvemos a insistir en la importancia del papel de la administración pública en la restitución de esos valores. En España, por una parte se han producido graves daños urbanísticos de promoción privada en costas y ciudades, pero, en contrapartida, también se han realizado unas de las arquitecturas más interesantes y reconocidas en los últimos años. Esto se ha debido a las leyes que han obligado a que todo edificio público: escuelas, hospitales, museos, auditorios, viviendas sociales, parques, etc. debe adjudicarse por medio de concursos públicos de arquitectura con jurado de arquitectos. Solo primando la calidad sobre la rentabilidad es posible recuperar los valores a los que se refieren.

5) En su concepción  de la arquitectura, en cuáles de los conceptos expresados por nuestro manifiesto se siente mas representado? ¿Por qué?

Para nosotros la labor del arquitecto consiste esencialmente en relacionar: establecer conexiones entre necesidades, lugares, programas, paisajes, técnicas, y nuestra propia memoria y experiencia. La sostenibilidad de la arquitectura, hoy en día tan elogiada, no reside en las tecnologías añadidas o en los paneles solares, sino en el equilibrio y escala adecuada de toda intervención en su entorno.



L’identità molteplice, Marco Lucchini

Il nostro Manifesto ha tra i suoi obiettivi quello di accendere il dibattito collettivo e stimolare il confronto intorno ai temi dell’architettura. Il libro di Marco Lucchini, “L’identità molteplice”, può essere un valido punto di partenza per una discussione sull’architettura contemporanea in Sardegna.

Come sempre nel periodo prenatalizio si intensificano le presentazioni di libri e  gli incontri con gli autori. Ma l’incontro organizzato dall’IN/ARCH Sardegna per presentare il libro è stato anche un interessante momento di riflessione e discussione tra curiosi e professionisti in una serata incorniciata dalla bella architettura dell’Arca del Tempo progettata da Salvatore Peluso a Settimo San Pietro.

L’identità molteplice, Architettura contemporanea in Sardegna dal 1930 al 2008, di Marco Lucchini

La presentazione del libro è stata arricchita dall’intervistatore d’eccezione, Luca Gibello, direttore del Giornale dell’Architettura, che ha anche presentato la monografia fresca di stampa sulla Sardegna curata da Marco Atzori e Alessandra Fassio, che definisce la nostra isola un “laboratorio della pianificazione del paesaggio”.

Si è parlato del libro e delle sue origini. Luchini ammette di aver deciso di raccontare l’architettura sarda contemporanea perché si è trovato a girare l’isola fin da giovane e si è reso conto del patrimonio in gran parte ancora poco conosciuto ai più e che l’occhio straniero svela anche a noi sardi, spesso poco attenti a ciò che ci è più vicino. Il libro non ne da una lettura diacronica ma piuttosto parte dal radicamento delle architetture nel territorio attraverso una struttura organizzata per ambiti scalari su cui si innesta un secondo sistema basato sul tipo e sulle strutture formali.

Le intelligenti domande di Luca Gibello portano il discorso ad affrontare anche le recenti vicende politiche che hanno influenzato l’architettura isolana. Entrambi gli ospiti son stati di poche parole ma chiari nel criticare fermamente il piano casa Asunis (chiamiamolo così), per la pericolosità dei suoi effetti sul paesaggio sardo, ma una più attenta riflessione l’hanno dedicata a un tema a noi molto caro: il ruolo delle archistar chiamate dalla giunta precedente a fecondare un humus locale. Un ruolo che per Luchini è inserito nel dibattito sull’identità e sul suo rapporto con l’immaginario collettivo della fittizia mediterraneità da Costa Smeralda. Un’identità intesa come relazione tra ciò che permane e ciò che varia e utilizzata come strumento per uscire dall’isolamento attraverso l’inserimento di nuove conoscenze che vadano a integrarsi con quelle pregresse. Ma nella politica delle archistar è mancato qualcosa che facesse tessuto, si è gestito il territorio per nodi senza superare la dicotomia tra territorio e fatti emergenti. E in questo processo un ruolo significativo nel “fare tessuto” lo ha svolto il Festarch come evento di sensibilizzazione della cittadinanza in termini di percezione della architettura e del territorio da parte.

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CONCORSO FIERA INTERNAZIONALE DELLA SARDEGNA (Cagliari)

La connessione urbana tra il porto della città di Cagliari con l’area del Poetto,. è stata negli ultimi anni al centro di tante proposte progettuali, che sfortunatamente non hanno ancora visto una concreta realizzazione e di conseguenza un reale  impatto sulla città.

Solo per ricordane alcuni il Cagliari waterfront (studio De Eccher) , il progetto del quartiere Sant’Elia (O.M.A.), la piazza sul mare di via Roma e il piano regolatore portuale recentemente approvato.

La fiera come oggetto architettonico si pone al centro di quest’area strategica in grado di generare attraverso il suo programma e le sue dinamiche temporali un ulteriore elemento di connessione urbana, rispecchiando la complessità del rapporto tra progetto architettonico e progetto urbano.

Qui si inserisce la decisione dell’Ente Fiera di bandire un concorso di idee per la sua riqualificazione.

È sempre interessante valutare i risultati di un concorso. Tutti siamo pronti a giudicare non solo la validità dei progetti in campo ma anche l’opportunità delle scelte della giuria. In un concorso di idee poi assume ancora più interesse  vedere come più o meno rinomati progettisti hanno trovato soluzioni a un dato problema, in particolare quando tocca parti cruciali del territorio.

È quello che è successo negli scorsi anni con i concorsi di idee per la riqualificazione del largo Carlo Felice e delle 8 borgate marine di Costeras, ed è quello che succede oggi con i progetti per la riqualificazione del quartiere fieristico dell’azienda speciale Fiera Internazionale della Sardegna”.

Anche in questo caso i grossi studi si spartiscono i piatti più lauti, forti della loro esperienza sul campo, ma si mettono orgogliosamente in evidenza anche alcuni giovani progettisti che proprio nei concorsi di idee hanno la possibilità di dimostrare il proprio valore.

1° classificato

  • MIJIC ARCHITECTS, EDUARD MIJIC, FABIO FERRINI, EMANUELE FILANTI, MICHELE GIACOBBI, LUCA MORANTI, ROBERTA MORELLI, LORENZO PESARESI – Rimini
  • STUDIO PROFESSIONISTI ASSOCIATI S.r.l., ALDO VANINI, CARLO CAREDDA, MASSIMO FAIFERRI, PAOLO ASSIERO BRA’, LINO CABRAS, PAULINA HERRERA LETELIER, MICHELE MAMELI, MARCELLO PIGA, GIANCARLO MOI – Cagliari

3° classificato

Menzione speciale

  • STUDIO DI ARCHITETTURA LAI SEQUI, ANDREA CASCIU, MARIO CASCIU, MICHELE CASCIU, MICHELA DEIDDA, GIAMPAOLO LAI, PAOLA MURA, FRANCESCA RANGO, GIORGIA SCHIRRU, GIANFRANCO SEQUI – Cagliari
  • ILARIA ATTUONI, ROBERTO ARIU, ANDREA BERTASSI (XCOOP), PHILIPPE BRAUN(XCOOP), ROSSANA GALANTI, CRISTINA MURPHY(XCOOP), MARIA LAURA ORRU'(XCOOP), LUCA VALLEBONA , DAVIDE COSSU –  Cagliari *
  • FRANCESCO ZUDDAS, SABRINA PUDDU, NICOLA SALIS, BRUNO FRANCO FERREIRA – Cagliari
  • Fonti e approfodimenti


    *la partecipazione al progetto è sottoscritta da singoli professionisti indipendentemente da qualsiasi gruppo di apparteneza.

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