Barcelona calling


Architettura di emozioni e simboli, in divenire, rispettosa del contesto e che da esso ne trae forza e significato. Un’architettura che ha timore di imporsi con arroganza e che si inserisce nella città in punta di piedi ma senza la paura di diventarne un simbolo della sua complessità. Molteplicità di forme e percezioni, a seconda del punto di vista e dell’ora del giorno. Una architettura che nasce, cresce e cambia nel tempo e con la città. E una città che accoglie e genera l’architettura, specchiandosi e riconoscendosi in essa.

Sono alcuni spunti che Benedetta Tagliabue ci offre presentando i suoi ultimi lavori, iniziati quasi tutti in collaborazione con il marito Eric Miralles (Barcelona 1955-2000), e realizzati dallo studio EMTB nel Passatge de la Pau di Barcelona.

Alla città modernista per eccellenza, in effetti, Benedetta deve gran parte della sua fortuna dato che lo studio che dirige è uno dei più apprezzati dall’opinione pubblica iberica, investito l’incarico di realizzare il padiglione che rappresenterà la Spagna all’EXPO di Shangai 2010.

Dei progetti esposti quello della torre per il Gas Natural, recentemente terminato a Barcellona, è fortemente emblematico della sua poetica architettonica, in cui l’attenzione per il contesto e il valore simbolico dell’opera interagiscono strettamente.
Interessante è il contesto in cui questo edificio viene realizzato, e le circostanze che ne hanno reso possibile l’attuale configurazione. Barcellona negli ultimi anni ha dato vita a un omonimo modello urbanistico in cui fondamentale è il rapporto tra settore pubblico e privato, e che in questo progetto trova applicazione pratica e ha giocato un fattore chiave. La compagnia Gas Natural, infatti, dialogando e pattando con la città, ha ottenuto di poter costruire la torre di rappresentanza proprio nello stesso luogo in cui nacque nel XIX secolo (segno della volontà della compagnia di andar avanti senza dimenticare le proprie origini). La politica urbanistica della città non prevedeva però la possibilità di costruire tanto in elevazione in quel luogo, ma grazie alla collaborazione tra l’amministrazione pubblica e la compagnia si è giunti al compromesso di potersi alzare per 20 piani tramite la cessione alla comunità della parte del piano terra, che diventa pubblico, e impegnandosi a creare in tutto il lotto su cui insiste l‘edificio un parco per la cittadinanza.
Il luogo stesso, alle porte del quartiere della Barceloneta, ha influito sostanzialmente nella concezione formale dell’edificio che si trova a interagire con differenti e contrastanti forze della città (il Parc de la Ciutadella, l’Arc de Triomf, la Ronda litoral, le Torri Olimpiche, la Stazione di Francia). L’asse monumentale creato dal Parc de la Ciutadela tagliato dalla via del treno e dalla strada a scorrimento veloce, porta alla concezione di una frattura nel volume dell’edificio, frattura che diventa il luogo in cui tutti possono sperimentare la sensazione di verticalità, una strada pubblica in cui si situa la lobby di entrata, fruibile da tutta la comunità cittadina.
Il progetto nel tempo è andato mutando e cambiando alla ricerca di una forma che al meglio si confacesse al luogo e alla sua funzione. Importante infatti è il rapporto che questa torre avrebbe avuto con le altre torri di Barcellona, in primo luogo con le torri olimpiche, Mapfre e Arts Hotel, degli architetti Iñigo Ortiz y Enrique de León e Bruce Graham (che sono il doppio in altezza) e con la torre Agbar di Jean Nouvel (realizzata in contemporanea ma con una concezione molto diversa di approccio al contesto urbano). Rispetto a queste, non potendo competere con loro in altezza, si vuole distinguere per un carattere differente. Perciò la forma di questa torre urbana fin dall’inizio non ha voluto essere un volume unico, ma attraverso la sperimentazione e il lavoro sui numerosissimi modelli si è arrivati a quella attuale, fino a definirne tutta la struttura e il rapporto con la facciata.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la cosiddetta “portaerei”, un corpo in aggetto dallo sbalzo di 35 metri, che entra in relazione orizzontale con gli altri edifici che si affacciano sulla ronda litoral e porta alla concezione di questo volume che porta continuità nella facciata della strada creando però una porta verso il mare che idealmente si rapporta con l‘Arco di Triomf.
Dall’analisi di questo progetto si evince come la molteplicità, di eco parmenideo, sia parola importante per il lavoro di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue, una molteplicità che si svela in un approccio progettuale nascente dalla preoccupazione di non creare un edificio che rappresenti per la comunità un simbolo univoco e totalizzante, preferendone invece uno che non si imponga, che lasci libertà, molto tollerante, e che crei relazioni con l’architettura con cui si trova a condividere lo spazio urbano.
Altra idea chiave della visione dell’architettura data da Benedetta Tagliabue è la importanza di considerare un edificio nella completa interezza della sua vita (riprendendo e portando agli estremi la teoria del restauro di Ruskin), che richiama il dibattito sempre acceso sulla concezione del “tutto e subito” nel mondo contemporaneo. Sempre meno infatti la nostra società è abituata ad accettare che tutto si trasforma e ha delle fasi diverse al largo della sua vita (da un albero a un edificio, da un paesaggio a un essere umano) e soprattutto poco è abituata ad accettare la pari dignità di ognuna di queste fasi, considerando spesso come unica valida e degna di interesse quella della maturità. Benedetta Tagliabue fa notare che in architettura è estremamente importante anche la fase della costruzione dell’opera, la fase del cantiere, che per di più tiene un valore unico per la sua effimeratezza in comparazione con l’opera finita che per un più largo periodo di tempo avrà la sua forma definita. Per questo tanta importanza hanno per il suo studio le visite in cantiere e la documentazione fotografica di questa fase di vita dell’edificio che ha una durata così limitata.


Guarda l’intervento di Benedetta Tagliabue al Festarch 2008

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One thought on “Barcelona calling

  1. Ciao a tutti, innanzitutto ci tengo a dire che trovo interessante l’iniziativa e che quindi mi adopererò perchè il link del blog si diffonda🙂
    Dopodichè passo ad argomenti un po’ più rilevanti.
    Non ho assistito all’intervento della Tagliabue, perchè quest’anno il festarch si è svolto in un momento di piena attività soprattutto per le università ( e solo su questo, forse, si potrebbe scrivere un intera pagina ) e pertanto mi sono dovuta dividere tra lezioni,correzioni e festarch. Tuttavia ho visto alcuni spezzoni del video sul sito del festarch e quello che più mi ha colpito delle considerazioni dell’architetto Tagliabue è stato ciò che ha detto all’inizio.
    La sua premessa, si è rivelata polemica nei confronti di una realtà italiana che dovrebbe cambiare.
    Lei dà importanza a quello che un progetto racconta e al modo in cui questo deve essere raccontato, e crea, con il suo lavoro, lo stimolo per chiedersi dove veramente si voglia andare, e quale direzione sia stata presa con quel particolare intervento.
    Ciò che più mi ha fatto pensare è stata la domanda con la quale si è chiusa l’introduzione: perchè selezionare i partecipanti ad un concorso tra gli architetti più “in voga” sulla scena internazionale, se poi verrà affidato l’incarico a uno dei più “anziani” ( in esperienza soprattutto) architetti italiani? qual è la spinta che si vuol dare all’Italia in questo senso?
    E’ stato davvero importante che l’architetto Tagliabue abbia fatto notare come spesso, dietro un concorso, non ci sia la reale idea di quello che si vuol fare, e come si lasci gli architetti liberi di interpretare, senza davvero spiegare loro quello che il committente vuole che venga fatto dell’area.
    Credo che l’Italia in questo senso abbia bisogno di capire quale immagine vuole dare, e che non si faccia prendere dalla febbre dell’architettura alla moda, fatta di immagini e pelle, ma senza connessioni ( o a volte, connessioni troppo effimere) con l’esistente.
    Il coraggioso progetto del Gas naturale, per quanto sia soggettivo trovarlo “piacevole” o meno, risulta un progetto riuscito, proprio perchè Barcellona è una città che ha deciso cosa fare di sè e in tale senso sta portando avanti il suo sviluppo. In Italia, in una città qualsiasi, un intervento di quel tipo,non sarebbe stato possibile realizzarlo, perchè non c’è ancora, a mio parere, l’apertura mentale necessaria a comprendere che l’architettura non è solo immagine, o solo tradizione, o solo regolarità, o solo estro creativo. E’ un processo che deve guardare alla tradizione con la voglia di rinnovare, senza perdere il senso per il quale si compie un intervento e senza cadere in accademismi o in virtuosismi inutili.

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