Cinque domande a Manuel Gausa

Manuel Gausa e Florence Raveau

Intervista a Manuel Gausa, architetto e dottore di ricerca, fondatore dello studio Actar Arquitectura.

1)   L’inizio secolo passerà alla storia come quello del web 2.0, delle manifestazioni  organizzate attraverso la rete, di eventi che coinvolgono  attivamente le persone, sempre meno disposte ad accettare passivamente decisioni calate dall’alto.   Lo sviluppo delle cittá e le modifiche del paesaggio risultano coinvolte nello stesso scenario, in cui il desiderio dell’utenza finale assume crescente importanza. In che modo la figura dell’architetto dovrebbe porsi rispetto a questa prospettive?

La visione della città e del territorio è cambiata profondamente in questo fine secolo XX e inizio XXI: da pensare che la città potesse essere concepita come una forma statica, un luogo più o meno stabile oggi, siamo passati a concepirla come un sistema dinamico costituito da strati, materiali e immateriali. Questi strati o livelli non sono altro che informazioni, processi che esprimono dati sia fisici come la demografia, la cultura,l’economia, sia immateriali come la sensualità di un luogo. Realizzare interazioni in questo sistema informatico, mettere in relazione i processi strategici con quelli virtuali è la sfida più importante di questo nuovo modo di concepire le nostre città. Per questo motivo strategia e interazione sono diventate cosi importanti in questo cambio di secolo, le nuove generazioni  lavoreranno  sempre più con l’idea di processare informazioni, elaborarle facendole interagire in maniera qualitativa tra loro, lavorando secondo una strategia. INTERAZIONE non significa soltanto gestire informazioni astratte o virtuali, ma può significare anche lavorare con i temi molto concreti quali la sostenibilità ecologica, il luogo, le persone, la tecnologia, la cultura locale e globale e tutta una serie di discipline diverse che abbracciano le trasformazioni che si stanno generando nel mondo contemporaneo: per questo in questo contesto diventano importanti anche concetti come IBRIDAZIONE e INTERCAMBIO, perché ci parlano ancora una volta della capacità di combinare cose, di farle interagire; non come nell’epoca postmoderna, accumulandole come in un collage senza capacità di relazione tra loro ma, al contrario, connettendole per farle interagire per ottenere nuove situazioni. Per questo motivo città e territorio devono lavorare con l’interazione, per permettere alla varie parti della città di lavorare insieme: la città tradizionale con i propri valori con i nuovi interventi di preservazione e trasformazione qualitativa, con le nuovi reti infrastrutturali di comunicazione di reti materiali e immateriali col fine di dar luogo a sistemi complessi.

Questa è la grande sfida del nostro momento, elaborare sistemi integrati complessi, sicuramente non facili da spiegare e per i quali non esiste un modello prestabilito, sistemi integrati di informazioni molto spesso locali e globali allo stesso tempo, per i quali è necessario lavorare concretamente su aspetti profondamente legati alla realtà, con l’obiettivo di riattivarla e farla funzionare in modo migliore.

2)   Turismo, capacità di carico, speculazione, fragilità ambientale, climate change… Sono tanti i fattori che incidono sugli equilibri dei territori costieri. Quali strategie i progettisti possono proporre in un ambiente così delicato e complesso?

La costa è uno di quegli spazi specifici che possiede una sua propria logica perché appartiene allo stesso tempo a processi globali e locali che interessano la città in generale, la città generica. Siamo interessati a tutti quei processi di esplosione ed espansione della città nel territorio, di rottura del limite delle frontiere della città, tanto politiche quanto geografiche. La costa è particolarmente fragile, e nonostante la peculiarità dei suoi paesaggi, spesso finisce per essere attaccata a causa soprattutto delle sue delicate caratteristiche fisiche: i territori costieri sono relativamente piccoli e per questo facilmente occupabili. Per questo motivo si vengono a creare fenomeni simili a quelli di una città espansa; fenomeni che sul territorio costiero tendono a convertirsi in elementi filamentosi che generano una barriera nel litorale costituita dall’alternanza di  spazi edificati e spazi liberi, coste accidentali, spiagge, paesaggi montuosi generando un territorio la cui ricchezza e complessità non è ancora stata studiata sufficientemente.

In passato la costa non è stata sufficientemente studiata perché si tendeva a relazionarla con una serie di fenomeni allora disprezzati come il turismo (inteso come fenomeno di consumo), le infrastrutture portuali, o semplicemente perché intesa come luogo paesaggistico, per una generazione  però che non interpretava  il paesaggio come parte della città e del territorio. Oggi siamo in grado di riconoscere che il valore della costa è precisamente possedere tutti questi processi simultaneamente e, per questo motivo, la costa si è convertita nel grande attrattore urbano territoriale, luogo di intercambio tanto culturale che commerciale, pensiamo a città come Barcellona, Genova, Napoli, Marsiglia, città che possiedono le caratteristiche tipiche della città tradizionale ma nelle quali possiamo trovare strutture portuali, talvolta spiagge e tutte con la grande capacità di generare scambi. Questi territori così delicati e inesplorati sono privi di un corpus teorico sul quale in questo momento stiamo lavorando, tanto le università quanto le unità di ricerca. Occorre generare dei sistemi integrati in cui il paesaggio non sia più un attore residuale, dove si parla sia di paesaggi da conservare che di quelli da modificare con sensibilità paesaggistica. Lavorare con la bassa densità, le discontinuità, le infrastrutture di collegamento dentro una strategia di grande scala. Dopo di che occorre studiare ogni singolo caso con la corretta sensibilità che richiede ogni specifica situazione, nelle difficoltà di situazioni già precostituite complesse.

Sarebbe inoltre necessario convincere i comuni a lavorare in reti solidarie in cui regolamentare la crescita di alcuni e frenare quella di quelli più densi, suddividendo gli ingressi economici, plusvalie, finanziamenti a nuovi organismi intermunicipali. Scenario che ovviamente comporterebbe una certa rivoluzione soprattutto a livello di legislazioni locali, perché occorrerebbe introdurre una nuova figura istituzionale capace di mettere in relazione le diverse amministrazioni secondo uno schema di “area metropolitana costiera”.

3)  La Sardegna ha recentemente proposto strategie che hanno posto il paesaggio al centro dell’azione di pianificazione. Qual è il suo parere a riguardo? Quale pensa siano gli strumenti  per affrontare le  problematiche e le criticità del governo del territorio?

Il paesaggio si è convertito, in questo ultimi anni, in un grande attrattore territoriale situandosi nella considerazione architettonica alla pari della città consolidata e sradicando il concetto che negli anni ’50 e ’60 lo vedeva inteso solo come background, lo sfondo della città consolidata sola meritevole di essere studiata. Il paesaggio va preservato come un grande patrimonio, non semplicemente congelandolo però: intervenire con misure di valorizzazione costituite da edifici pubblici e da un circuito di piccoli interventi che possono anche essere di trasformazione può rappresentare una strategia. Strategia che però spesso può implicare una spesa di cui non sempre si è in possesso. Vanno sottolineate e pubblicizzate a tal proposito, le attività e il lavoro di enti come l’osservatorio del paesaggio della Sardegna che, come quelli presenti sia in Catalunya che a  Genova, si occupano di tutelare il paesaggio, classificare i diversi paesaggi presenti nel territorio e preservare tutti quelle zone che soffrono una grande pressione immobiliare.

Questo tipo di operazioni di controllo sono più che mai importanti, perché se in questo periodo di crisi tale pressione non esiste, sarà sicuramente presente in futuro: per questo è necessario dotare il paesaggio di enti e istituzioni che si occupino di proteggerlo. Occorre dire, inoltre, che il paesaggio non può rappresentare in nessun caso l’unico strumento di attivazione dell’economia; le città, ad esempio, devono ri-costruirsi, ri-attivarsi al proprio interno, devono essere lavorati i suoi limiti rinforzandoli o generando n alcuni  casi dei luoghi di transizione tra città e il paesaggio stesso attraverso piccole interventi su scala urbana, ibridi tra città e paesaggio,  in altri preservando i paesaggi naturali come tali e, in altri ancora, manipolando il paesaggio per dar vita a luoghi dell’ozio, del divertimento, dello sport.

4)  Affermiamo che l’architettura ha un valore POLITICO e crediamo che debba riscoprirne la sua dimensione ETICA” quale pensa debba essere il ruolo della politica nei confronti dell’architettura oggi.

La mia generazione è stata maggiormente preoccupata da quelle che potremmo definire geometrie, dalle topologie, topografie nel tentativo di comprendere come questi sistemi potessero generare dei modelli. Questa generazione di architetti invece, ha compreso che oltre a questi aspetti, sia importante dare all’architettura anche una dimensione sociale e politica, di creazione di relazioni con le amministrazioni, interazioni con le persone, con la conoscenza, con la sensibilità; intendendo  quindi l’architettura non solo come una disciplina chiusa in un mondo formale, figurativo o di ricerca condotta ai margini della disciplina, ma capace di prese di posizione, di scelte morali che generano relazioni qualitative con la gente.  In questo senso, questo nuovo tipo di atteggiamento implica un passo in avanti verso la politica: sono convinto debba esserci una sempre maggiore presenza di intellettuali nella politica e quindi, ovviamente, di architetti.

L’architetto, in questo senso, deve riappropriarsi del ruolo che ha rappresentato per la società in passato, riaffermare la sua condizione: da sempre la nostra missione è sempre stata quella di creare un habitat qualitativo e ciò non può ridursi solo al progetto ma deve comprendere decisioni e riflessioni su molti livelli tra cui ovviamente quelle relative alla sfera della politica, dell’etica e della morale.

5)  Nel suo modo di intendere l’architettura in quale dei concetti espressi dal nostro manifesto si sente più rappresentato? Perchè?

L’aspetto di parole chiave del vostro manifesto è indubbiamente interessante e bene interpreta questa fase di cambio disciplinare in cui ci troviamo. Stiamo vivendo in un’epoca di cambi reali e profondi della nostra disciplina e questo anche al  di là di quella che può essere considerata la crisi economica e politica. Se questo cambi siano già effettivi o se ne  stiano preannunciando quelli che avverranno solo in dieci, quindici anni ancora non lo possiamo sapere ma, ritengo che in questo momento diventi sempre più  indispensabile esplorare il terreno su cui andremo a lavorare nel prossimo futuro: creare cartografie, mappe mentali e parole chiave per potersi ubicare e orientare in un futuro in cui, sono convinto, le logiche saranno completamente differenti rispetto a quelle che in questo momento stiamo percorrendo.

Il manifesto, per questo motivo, mi sembra interessantissimo, perché risponde perfettamente a questa nuova esigenza, manifestarsi con termini di convinzione e auto convincimento. Parole come INTERAZIONE, COMUNICAZIONE, COMPLESSITÀ, rappresentano la logica del mondo contemporaneo, in cui si lavora con simultaneità di informazioni e in cui diventa necessario processare interagire qualitativamente per evitare di generare il caos. Ci sono poi parole fantastiche che non sempre vengono menzionate perché di queste si ha timore e che dobbiamo cercare di recuperare ALLEGRIA, BELLEZZA, POSITIVISMO, RELAZIONE, SIMPATIA, EMPATIA, per poter generare un contesto migliore, più bello, stimolante di qualità. Il concetto più significativo però credo sia IDENTITÀ, probabilmente il più importante in un mondo in cui risulta essere sempre più fondamentale identificarsi con una rete. È necessario stare interconnessi tra noi, città, territori, persone e fare avventure collettive. L’architettura deve essere capace di fare questo tipo di esperienze, riconquistare la capacità di lavorare collettivamente rispetto alle rivalità delle piccole marche, senza mai perdere la propria identità individuale, della città, del proprio contesto.

 

Manuel Gausa e Florence Raveau

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