UNIVERSITÀ – un’altra occasione persa

consuegra

Gli anni passano e la neonata facoltà di Architettura di Cagliari inizia a lavorare a pieno regime. E cambia rapidamente. Sfruttando le possibilità offerte dalle politiche di internazionalizzazione dell’università, la facoltà sta portando avanti un programma volto a portare gli studenti a stretto contatto con architetti di primo piano. Ed è molto interessante la linea culturale proposta, in cui ha grande rilevanza il piano etico dell’architettura.

La conferenza di Guillermo Vazquez Consuegra ne è stato un valido esempio.consuegraPerò alla conferenza, tenutasi in un’aula magna affollatissima, è mancato qualcosa: è mancato il momento dell’interazione, delle domande, del dibattito. È strano (e preoccupante) che in un incontro del genere manchi questa parte. Può essere specchio della scarsa vitalità del dibattito culturale cagliaritano legato alle tematiche dell’archtettura ma, specialmente all’interno del contesto universitario, è grave che questo aspetto non sia adeguatamente stimolato. Le giustificazioni dietro cui mascherarsi possono essere tante (la giovane età della maggior parte della platea, lo stordimento per il bombardamento di tante nuove informazioni e immagini, il senso di appagamento per la già esauriente conferenza di Consuegra, la stanchezza di fine serata…) ma è un dato di fatto che oggi, come purtroppo è consuetudine, dagli studenti la risposta ai tanti input è stata nulla. Si potrebbe pensare che questo sia un fattore generazionale, che gli studenti di oggi non abbiano tanta voglia di esprimere apertamente le proprie idee, di mettersi in gioco, di schierarsi, perché hanno altre priorità; ma non è così perché ho assistito a conferenze allo IUAV e all’UPC in cui le matricole partecipavano attivamente ai confronti con professori di livello internazionale, con domande e riflessioni talvolta banali e semplicistiche ma a volte molto profonde e calzanti che han dato vita a stimolanti dibattiti.

Cosa hanno le matricole dello IUAV che non hanno gli studenti di UNICA?

Probabilmente sono abituati già dai propri professori a lezione a ragionare ed esprimere le proprie opinioni; forse non hanno il timore di essere giudicati da un intera platea e da un parco docenti (rigorosamente in prima fila) che dan l’impressione di non aspettare altro che uno metta il piede in fallo per andargli contro; magari non sono inibiti da domande-fiume di architetti vari che più che domandare sembra vogliano mettersi in mostra; o forse sentono maggiormente la responsabilità di stare attraversando una fase di formazione in cui è una opportunità incredibile (e non un obbligo) assistere a certe conferenze e potersi confrontare con architetti affermati, ma è compito dei docenti far maturare loro questa consapevolezza. Evidentemente all’interno della proposta formativa della facoltà di Cagliari l’aspetto del libero confronto delle idee e delle opinioni non è, nei fatti, considerato una priorità didattica.

Il valore della confronto intellettuale come strumento di crescita personale è una conquista della maturità, non si può dar per scontato che si nasca con questa convinzione, e l’università deve essere la scuola in cui ogni studente può (e dovrebbe) far esercizio di partecipazione, per poter poi essere un cittadino e un professionista in grado di affrontare con maggior coscienza il mondo del lavoro e della società.

Vuol essere questo un appello per chiunque all’interno dell’università abbia a cuore la crescita degli studenti e della società cagliaritana affinché nel suo piccolo agisca per smuovere queste acque stagnanti.

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2 thoughts on “UNIVERSITÀ – un’altra occasione persa

  1. Mi trovo d’accordo coi punti e le motivazioni espresse, nel senso che credo anche io che sia una mancanza di abitudine verso il confronto intellettuale aperto a tutti i livelli e interazioni possibili che solo l’università ti può permettere.
    Da studenti di architettura (e non solo) il confronto è indispensabile e non manca mai all’interno del gruppo di lavoro (o se manca c’è un problema serio anche di dedizione e passione alla materia) o tra studenti e tutor…è il gradino successivo che manca…cioè pensare che, ad una conferenza ci si trova davanti ad un’interlocutore di un livello culturalmente cosi superiore a noi (cosi come chi ascolta) da non poterci permettere una interazione, questo è un limite.
    Il problema è evidentemente nel “scorretta considerazione” del confronto-interazione intellettuale: il pensare di essere messi alla prova davanti ad una domanda che invece è lecito fare, che è stimolante e di crescita personale. Ciò che si dovrebbe iniziare a capire è che il confronto intellettuale è una grande opportunità e le curiosità che suscitano progetti e lezioni magistrali come quelle di Consuegra non possono essere sottaciute da questo limite.
    Concludo semplicemente ricordando che una domanda più essere la cosa più breve e semplice del mondo, senza doverla necessariamente adornare con frasi affermazioni e citazioni che di-mostrino o non di-mostrare la propria cultura in materia, in fondo “the less is more”…

  2. Riportiamo qua alcune reazioni raccolte nell’ambiente universitario in seguito alla pubblicazione di questo post

    UN TUTOR
    “stamattina sanna ha detto le stesse cose….cioè che alcuni studenti avrebbero voluto fare domande ma si sentivano “il peso” della differenza culturale…sanna ha cercato di metterli a loro agio e devo dire che ci sono state numerose domande, ma non dagli studenti purtroppo…ti prometto che alla prossima sprono i miei a farne!)

    SARDARCH
    “è banale ma è vero che il mare è fatto di tante gocce!! se ognuno di noi fa il suo piccolo per cambiare le cose io ci credo veramente che le cose potranno cambiare!”

    UN EX-STUDENTE
    “ho letto l’intervento di sardarch…e credo che il discorso fatto da Sanna relativo al “peso della differenza culturale” sia reale e ci vorranno un po’ di anni e grande impegno da parte del corpo docente per far si che cresca una cultura architettonica tra i giovani. Personalmente credo che la colpa di questa assenza di partecipazione agli eventi culturali in genere sia da ripartire tra diversi fattori e persone.

    UN ASSISTENTE
    “Non punterei troppo il dito sulle matricole…com’è possibile che ad una conferenza di questa importanza ci fossero quasi ed esclusivamente loro??? Portate per altro dal professore durante le ore del laboratorio!! Il dibattito non si crea se non si ha interesse e la scarsa presenza di studenti, in questa come in altre conferenze, ne è la prova.
    Forse la domanda iniziale potrebbe essere un’altra: cosa interessa agli studenti e quali conferenze e dibattiti sarebbero interessati a seguire?

    SARDARCH
    verissimo. concordo.
    bisogna iniziare a chiederglielo e capire cosa rispondono. si potrebbe far organizzare magari a loro qualche evento, responsabilizzarli al fatto che l’università è per loro, e sono loro la facoltà di architettura. Però questi input devono venire dall’alto, dai nostri professori. Perché se non c’è quasi nessuno a queste conferenze se non si viene obbligati è perché i professori non riescono a proporle nel modo adatto, e perché non dimostrano che oltre ai singoli esami sono questi i momenti quelli che fanno crescere gli studenti..ma non perché sono obbligati a parteciparvi..

    UNA MATRICOLA
    da quello che ho capito l’incontro doppio di ieri e oggi era indiizzato proprio a noi del primo anno..o perlomeno sul manifesto c’era scritto per gli studenti del laboratorio 1 cioè noi..poi nn so..

    SARDARCH
    si si, era per voi. però in una facoltà per lo meno con buon senso si sfrutterebbero al meglio tutte le occasioni, e se viene invitato un architetto come Consuegra dovrebbe per lo meno essere consigliato a tutti gli studenti della facoltà di partecipare..qualora da soli non siano spinti da un moto di interesse e curiosità (che se già questa manca occorre riflettere sulle cause)

    UN DOTTORANDO
    I manifesti però ci sono, c’è l’evento nel sito della facoltà…Matte se i ragazzi di qualsiasi anno volessero, potrebbero partecipare a tanti eventi. Il mio punto di vista è che molti di loro vivano i cinque anni di corso come un proseguimento del liceo, e che il loro approccio sia e rimanga scolastico. Il problema, secondo me, è nel corso di laurea stesso, che in cinque anni non prevede alcun corso/laboratorio di teorie e critica dell’architettura (contemporanea e non).

    UNO STUDENTE
    Personalmente sulla questione dell’interesse sono d’accordo, comunque per quanto fosse una conferenza indirizzata agli studenti del primo anno, a me è stata consigliata la partecipazione dai tutor e comunque c’è la facoltà tappezzata di manifesti quindi comunque per un motivo o per l’altro più o meno tutti vengono informati…personalmente però ho potuto seguire solo metà conferenza perché da un lato c’è l’interesse per queste manifestazioni, dall’altro c’è il fatto che con tre laboratori in corso, non possiamo perdere correzioni che, essendo ancora studenti in formazione, ci aiutano molto a capire come impostare il lavoro e come affrontare determinati punti e non parlo di un approccio scolastico ( che comunque son d’accordo sul fatto che sia abbastanza presente ) perché quest’ultimo lo vedo più come: ‘seguo la lezione e do l’esame più perché lo devo fare piuttosto che perché mi interessa’…quello che voglio dire è che seppure ci sia l’interesse per queste attività non sempre chi è interessato riesce a conciliare tutto e a parteciparvi vuoi per concomitanza di impegni vuoi per inadeguatezza della struttura dove vengono svolte(alla conferenza di Arroyo l’aula era talmente piena che non si riusciva nemmeno ad entrare e non si riusciva a sentire una parola).

    SARDARCH
    nessuno dall’alto lo spiega chiaramente ai ragazzi che l’università è un’altra cosa non si può pretendere che se ne rendano conto grazie allo spirito santo.. e un manifesto mi dice poco se non ho idea di chi sia e perchè è importante quell’architetto..soprattutto se partecipare vuol dire togliere ore a quegli esami che ogni professore ritiene debbano essere totalizzanti
    questa facoltà deve avere un’organizzazione forte che si preoccupi tra l’altro di questo..e finora non mi sembra la abbia

    UN EX-STUDENTE
    Nonostante le mancate domande dopo la conferenza da parte degli studenti, io ho visto un certo interesse nei visi “giovani” del pubblico, e in qualche loro mano intenta a schizzare. Questo lo giudico positivo e apprezzabile. Meno apprezzabile l’impostazione gerarchico-elitaria e le apparizioni di qualche VIP (very ignorant person..). E’ ancora tutto troppo “apparenza”. Ho parlato con una prof (nostra ex) che ha abbandonato il corso di architettura per questo motivo: troppe falsità, privilegi, e disapprovazione verso il metodo di insegnamento. C’è bisogno di un’innovazione nel metodo di insegnamento. Bruciamo le predelle, più laboratori, dibattiti culturali.
    Benvenute le archistelle e le archistalle ma perchè una volta non sono gli studenti a organizzare una conferenza, a smuovere le menti e far riflettere? Nel mondo del lavoro, da laureati, sarà lo stesso. E questa impostazione universitaria è preludio a un difficile approccio lavorativo.
    Yeah.

    UN TUTOR
    Concordo, chi era presente alle conferenze sia mattina che sera mi è sembrato realmente interessato e entusiasta della conferenza stessa…sono comunque dell’idea che non sia un manifesto a motivare la voglia di andare a sentire Consuegra, Arroyo, Abalos ecc ne tanto meno il punto sollevato dall’articolo di SardArch…il problema è la partecipazione passiva cioè il non essere attivi e interfacciarsi con chi sta dall’altra parte della cattedra..resta il fatto che domande o non queste esperienze non sono passive ma assolutamente attive per la capacità di far aprire la mente, far crescere intellettualmene e “nel proprio pensiero architettonico”…

    ed aggiungo un altra cosa…la presenza delle locandine non basta per dire…”ecco ora tutti sanno e chi vuole viene chi non vuole s’arrangi”dobbiamo ricordare a che hanno si inizia a vedere “architettura Contemporanea” all’università???… di contro le risposte che ho avuto al “come mai non siete andati a sentire Consuegra?” sono state “avevo un altro laboratorio e non potevo assolutamente mancare” oppure “mi si è guastato il Pc e dovevo aggiustarlo!”…detto questo, oltre ad una “passione e interesse personale” credo fortemente che chi sta dentro l’università debba spronare e far crescere la voglia di curiosità e di partecipazione nei ragazzi…

    UN DOTTORANDO
    Un primo punto: le conferenze potrebbero iniziare un po’ più tardi (le 7:00 p.m.), quando le attività didattiche sono concluse e chi lavora è fuori dagli uffici.

    Secondo punto: essere interessati e prendere appunti non è sufficiente. Bisogna affinare un occhio (e un orecchio) critico. La questione delirante da noi non è solo che non si fanno domande ma che le poche domande sono sempre degli elogi. E’ possibile che siamo sempre tutti d’accordo con quello che ci viene detto? Sono d’accordo con chi diceva che uno dei problemi è che non esiste nessun corso (Quello di Corti, forse? Ma è già troppo tardi…) che ci proponga dei punti di vista critici verso l’architettura. Un corso che ci (mi includo ancora tra gli studenti…) consenta di passare dall’acquisizione di conoscenza al produrla e discuterla.

    Terzo punto: per quanto riguarda la didattica ci sono tante cose che mancano (ma…non è poi così male). La cosa peggiore è però un senso di tristezza generale che si avverte nelle aule, nei corridoi, in biblioteca. Architettura non è un corso di Economia o Lettere Antiche! Non è un corso dove si va a lezione, si prendono appunti, si studia e si passa l’esame. Dovremmo essere tutti un po’ più ‘allegri’ e divertiti da quello che si fa. Gli studenti dovrebbero stendersi sul pavimento a costruire plastici, appendere i propri disegni ai muri, dipingere le pareti, fare gruppi di lavoro in cortile!

    UN EX-STUDENTE
    Concordo praticamente al 100%. Non si può pretendere che le conoscenze e lo spirito di critica e di partecipazione nascano da sole…dopo che per anni non si è fatto niente e le uniche conoscenze critiche le abbiamo imparate dagli articoli di Casabella e riviste affini. C’è bisogno di tempo e lavoro affinché il clima culturale ed architettonico sia di nuovo vivo, vitale e perché no allegro.
    Concordo anche sul fatto che gli orari potrebbero essere studiati in maniera anche più agevole per chi lavora e finisce un po’ più tardi

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