SHIFTING FESTIVAL. Paesaggio tra reale e immaginario
La facoltà di Cagliari apre le porte del complesso di via Corte d’appello per presentare e discutere i cambiamenti e i “movimenti” che stanno avvenendo al suo interno, dopo quasi un anno dall’insediamento del nuovo preside, Prof. Antonello Sanna.
SHifting, così è chiamato l’evento che avrà luogo dal 5 al 7 Febbraio e in cui si presenteranno, tra le altre, le esperienze di didattica internazionale dei visiting professors, accompagnati da workshop, conferenze e mostre.
Sarà un momento di riflessione, analisi e confronto sui reali frutti per la facoltà, per capire che effetti stiano portando i grandi capitali investiti e in che modo l’attività dei visiting professor si sia inserità nei programmi della facoltà e nei progetti di ricerca.
Si prospettano due giorni interessanti per vedere, conoscere e comprendere meglio ciò che si muove nella facoltà di architettura di Cagliari. Non soltanto per chi sta all’interno della facoltà, ma potrebbe esser un momento di dialogo con la città, come aveva auspicato il neo preside Antonello Sanna nella nostra intervista di settembre.
Add comment gennaio 31, 2010
Cagliari verso un Urban Center. Idee e progetti per via Roma e per la città
È nato a Cagliari il comitato per la nascita di un Urban Center, che vuole essere il luogo in cui comuni cittadini e tecnici si confrontano sui progetti che l’amministrazione propone per la città, con l’obiettivo di stimolare la partecipazione, soprattutto dei giovani, contribuendo alla formazione di cittadini responsabili e attenti.
Come primo banco di prova il comitato ha partecipato al convegno “La via Roma – La piazza sul mare”. E nuovamente, dopo la presentazione del progetto del parcheggio e del tunnel sotto via Roma, si è assistito all’esposizione dei “progetti” e alle idee del Comune di Cagliari e della sua maggioranza in tema di pedonalizzazione e mobilità. Un progetto di ampio respiro economico (si è parlato di più di 130 milioni di euro) per ridisegnare il luogo definito come il biglietto da visita per la Cagliari di domani, ma che nasce con uno sguardo tanto corto quanto superficiale come ha fatto pesantemente notare il professor Italo Meloni nel suo intervento.

Parcheggi nella zona di via Roma (slide preparata da CagliariPedonale.it), in media il 20% di quelli attualmente realizzato è vuoto
Come insegnamento per la collettività dal convegno, ci sembra utile riportare i passaggi fondamentali dell’intervento del docente di ingegneria dei trasporti, perché dimostrano quanto possano essere futili le proposte politiche di pianificazione urbana quando non sono sostenute dalle possenti gambe date dall’approfondimento tecnico e da una visione globale chiara che ne indichi la direzione.
“Abbiamo assistito a tanti incontri e la cosa sicura è che non esiste un progetto per la piazza. Esiste un’idea di una piazza.Non si è deciso nemmeno se dovrà essere completamente pedonale, se ci passerà la strada in mezzo e dove passerà. Non è una carenza solo di contenuti, ma è una carenza di metodo: c’è una scarsa analisi delle problematiche e di individuazione di obiettivi condivisi e una vaga strategia politica.
Si parla di questo progetto in modo superficiale.
Manca un’idea strategica condivisa su che cosa vogliamo che sia significativo in questo progetto di piazza sula mare.
Per arrivare a risolvere i problemi di mobilità e pedonalità di Cagliari occorre una combinazione di azioni, non solo infrastrutturali, ma anche amministrative, regolatorie, di comunicazione: progetti isolati e settoriali non risolvono il problema della via Roma.
Non ci sono dei dati concreti sugli scenari attuali e futuri del traffico e dei parcheggi che insistono su questa zona, sui percorsi pedonali di relazione ed aggregazione, se non il conteggio del numero di stalli e del numero di corsie.
Non esiste nemmeno un ragionamento sulla necessità, o meno, di continuare a far passare per quello che vuole essere uno dei luoghi simbolo della città il traffico di attraversamento.
Manca un minimo studio serio del problema”
Sono parole dure e circostanziate, che evidenziano come un certo modo di approcciarsi alla città non possa portare alla soluzione dei problemi che i cittadini si trovano a vivere ogni giorno. Non si può far a meno dello studio approfondito e dell’utilizzo di competenze specialistiche per pianificare una realtà complessa come quella urbana.
Add comment gennaio 27, 2010
[terapia urbana] Codice Deontologico dell’Architetto
Condividiamo una bella descrizione del codice deontologico per architetti e urbanisti proposta da Ecosistema Urbano e da noi liberamente tradotta.
Crediamo che la città sia un organismo dinamico in costante trasformazione. Gli architetti e la maggior parte dei professionisti che operano sulla città, devono tener conto di come il loro lavoro incida sul centro urbano. Come esperti, gli architetti hanno conoscenze che sono tenuti a mettere a disposizione liberamente nelle situazioni critiche.
E’ necessario incidere per moderare l’espansione dello spazio urbano, dando priorità ad ottimizzare, diversificare e rigenerare la città esistente, promuovendo l’uso più efficiente del patrimonio costruito, intensificando e riprogrammando il tessuto urbano.
Consideriamo qualsiasi spazio della città che può essere riattivato tramite una nuova lettura come spazi potenziali e lo sviluppo del suo potenziale come un nuovo progetto urbano. Gli architetti hanno il dovere di agire quando rilevano uno spazio critico. I cittadini, a prescindere dalla propria formazione, possono partecipare ai diversi processi che l’architetto mette in atto attraverso la terapia urbana.
Un gran numero di interventi urbani, realizzati come agopuntura, permette di risolvere rapidamente situazioni locali senza grandi costi. La somma di questi interventi rende la città più sostenibile e più gradevole per i cittadini. Il benessere delle città si misura dalla qualità e dall’uso dei suoi spazi collettivi.
Al fine di mettere in scena queste buone intenzioni, e utilizzando come base il codice di deontologia medica, offriamo questa versione del codice etico dell’architetto, sulla base dei criteri che stiamo applicando come [ecosistema urbano].
Codice di Deontologia dell’Architetto
Articolo 1. La deontologia dell’architetto è l’insieme di regole e principi etici che devono ispirare e guidare la condotta professionale dell’architetto.
Articolo 2. I doveri imposti dal presente codice vincolano tutti gli architetti nell’esercizio della loro professione, qualunque sia la modalità in cui la praticano.
Articolo 3. La professione di architetto è al servizio della città e della società. Di conseguenza rispettare la città, gli spazi costruiti e gli utenti sono i compiti primari dell’architetto.
Articolo 4. L’architetto deve prendersi cura con la stessa consapevolezza e sollecitudine di tutte le situazioni urbane, senza distinzione di localizzazione, religione, opinione o qualsiasi altra condizione o circostanza collettiva o sociale.
Articolo 5. La lealtà principale dell’architetto è quella che egli deve alla città e il benessere di questa deve avere la precedenza su ogni altra convenienza.
Articolo 6. L’architetto non pregiudicherà mai intenzionalmente la città né la servirà in maniera negligente; ed eviterà qualsiasi ritardo ingiustificato nell’assisterla.
Articolo 7. Ogni architetto, qualunque sia la sua specialità o modalità di lavoro, dovrebbe fornire aiuto alla città in caso di emergenza.
Articolo 8. L’architetto deve essere consapevole dei propri doveri professionali nei confronti della città. Egli è tenuto a garantire la maggiore efficacia del proprio lavoro e un rendimento ottimale dei mezzi che la società mette a sua disposizione.

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Add comment gennaio 19, 2010
STAMPAXI MOB, laboratorio di partecipazione cittadina
Sardarch propone un progetto di partecipazione urbana per la reinterpretazione degli spazi pubblici della città di Cagliari ispirato dal progetto “Suggestion Book” del collettivo newyorkese Illegal Art, ripreso in Spagna e Argentina dal Colectivo Trecediecinueve.
Il luogo di azione scelto è il grande vuoto urbano di Stampace alto, lo sterrato tra via Fara e via Santa Margherita, interessato dagli sventramenti del 1994, su cui Sardarch ha deciso di raccogliere idee e proposte dei cittadini attraverso la “scatola dei suggerimenti”. Il grande sterrato, oggi assegnato ai balestrieri di Cagliari, è stato a lungo utilizzato come campo da calcio e parcheggio.
La “scatola dei suggerimenti” è una scatola di cartone con una piccola fenditura sulla parte superiore in cui le persone possono inserire il proprio suggerimento.
Sardarch ha organizzato alcune giornate di raccolta dei suggerimenti degli abitanti del quartiere e degli interessati, durante le quali potersi incontrare per discutere e fornire il proprio contributo per la reinterpretazione di questo vuoto urbano tra i più vasti del centro storico cagliaritano.
Nella convinzione che la città ha senso in quanto luogo di incontro, e che i cittadini debbano riappropriarsi degli spazi vuoti della città.
Prossimo appuntamento:
SABATO 16 GENNAIO 2010
ORE 11:00 – 13:00
STAMPACE ALTO
PIAZZA YENNE ANGOLO VIA AZUNI
Add comment gennaio 10, 2010
ARCHITETTURA IN SARDEGNA PER SEMPRE!
La scuola di architettura di Alghero deve continuare ad esistere !
La scuola, così a prof. Giovanni Maciocco piace chiamare la sua università. Un luogo dove si fa ricerca, dove si progetta, ma soprattutto dove si insegna l’architettura e lo si fa con qualità.
Quando quattro mesi fa l’abbiamo incontrato, il preside ci ha raccontato cos’è stata, cos’è e cosa sarà la facoltà di Architettura, e sembra pazzesco che un modello come questo, ora debba gridare per la propria sopravvivenza.
Allora gridiamo insieme ai suoi studenti, ai professori e a tutti quei sardi che amano l’architettura, perchè un università d’eccellenza è una risorsa per la Sardegna tutta.
Riportiamo e condividiamo l’appello « Architettura ad Alghero per sempre » pubblicato sul sito della facoltà, e invitiamo a firmare la petizione
L’istruzione costa. La buona istruzione costa.
In otto anni ad Alghero, da zero, si è costruita una Facoltà che funziona.
La Facoltà di Architettura di Alghero è l’unica Facoltà della Sardegna che non ha sede in una delle due città universitarie “storiche” (Cagliari e Sassari).
La Facoltà di Architettura è riconosciuta come una buona Scuola, sia a livello nazionale sia a livello internazionale.
La Facoltà di Architettura è una risorsa per la città, il Nord Sardegna, la Sardegna tutta.
La Facoltà di Architettura ha ottenuto il primo posto in Italia per quanto riguarda la sua attività complessiva: numero di studenti che si laureano in corso, crediti ed esami conseguiti dagli studenti, qualità del corpo docente e della ricerca, rapporti internazionali.
La Facoltà di Architettura ha costruito ad Alghero un ambiente internazionale, ospitando docenti e ricercatori di moltissimi paesi, studenti Erasmus da tutta Europa e studenti di molti altri Paesi per le Scuole Estive.
La Facoltà di Architettura ha organizzato diverse decine di eventi ogni anno: lezioni aperte, seminari, laboratori, conferenza, tavole rotonde, mostre, proiezioni, …
Per nascere, crescere, affermarsi sono servite risorse, risorse consistenti; risorse per attrezzature, per il funzionamento delle sedi, per lo staff, per le attività didattiche legate al progetto (che hanno bisogno di un alto rapporto tra tutores e docenti da un lato e studenti dall’altro), per costruire la rete dei rapporti internazionali; insomma sono servite risorse consistenti, servono risorse consistenti, serviranno risorse consistenti.
La comunità della Facoltà di Architettura ha fatto la sua parte: gli studenti pagando contributi di laboratorio significativamente più alti di quelli delle altra Facoltà e impegnandosi in ritmi di studio molto intensi, i docenti accettando spesso di insegnare anche oltre il loro carico didattico e di impegnarsi in attività per formazione, convenzioni e ricerche che hanno portato risorse alla Facoltà, lo staff lavorando ben oltre quanto richiesto e accettando di essere un solido riferimento anche avendo contratti precari, i “conferenzieri tutti”, accettando di venire ad Alghero senza “gettoni”
La comunità della Facoltà di Architettura si è procurata risorse ingenti con convenzioni, contratti, l’organizzazione di corsi di formazione, consulenze.
Possiamo fare di più e meglio; faremo di più e meglio.
Ma non possiamo fare a meno del contributo della Regione, un contributo consistente e certo, che ci è indispensabile per sopravvivere ad un livello di qualità adeguato e per migliorarci.
Abbiamo bisogno di queste risorse e meritiamo di averle: perché a tutti gli effetti siamo una sede decentrata (decentrata con tutto, non solo con le aule per lezioni), perché siamo una buona Scuola, innovativa e moderna, internazionale e attenta alle esigenze del territorio (ed è difficile essere una buona Scuola al “Sud”, tanto che ce ne sono pochissime), perché vogliamo dare più servizi e più opportunità ai nostri studenti e alla città e al territorio.
La Regione Sardegna destina alle sede decentrate molti soldi: non c’è alcuna ragione perché non ne vengano destinati alla Facoltà di Architettura di Alghero, in forme e in modi che possono essere definiti: ma certamente servono fondi certi e garantiti e indirizzati.
Per tutte queste ragioni la comunità di Architettura ad Alghero vuole continuare ad esistere e continuerà a esistere.
Ma per farlo ha bisogno che non venga meno il sostegno che le serve per vivere e migliorarsi!
Add comment gennaio 5, 2010
L’identità molteplice, Marco Lucchini
Il nostro Manifesto ha tra i suoi obiettivi quello di accendere il dibattito collettivo e stimolare il confronto intorno ai temi dell’architettura. Il libro di Marco Lucchini, “L’identità molteplice”, può essere un valido punto di partenza per una discussione sull’architettura contemporanea in Sardegna.
Come sempre nel periodo prenatalizio si intensificano le presentazioni di libri e gli incontri con gli autori. Ma l’incontro organizzato dall’IN/ARCH Sardegna per presentare il libro è stato anche un interessante momento di riflessione e discussione tra curiosi e professionisti in una serata incorniciata dalla bella architettura dell’Arca del Tempo progettata da Salvatore Peluso a Settimo San Pietro.
La presentazione del libro è stata arricchita dall’intervistatore d’eccezione, Luca Gibello, direttore del Giornale dell’Architettura, che ha anche presentato la monografia fresca di stampa sulla Sardegna curata da Marco Atzori e Alessandra Fassio, che definisce la nostra isola un “laboratorio della pianificazione del paesaggio”.
Si è parlato del libro e delle sue origini. Luchini ammette di aver deciso di raccontare l’architettura sarda contemporanea perché si è trovato a girare l’isola fin da giovane e si è reso conto del patrimonio in gran parte ancora poco conosciuto ai più e che l’occhio straniero svela anche a noi sardi, spesso poco attenti a ciò che ci è più vicino. Il libro non ne da una lettura diacronica ma piuttosto parte dal radicamento delle architetture nel territorio attraverso una struttura organizzata per ambiti scalari su cui si innesta un secondo sistema basato sul tipo e sulle strutture formali.
Le intelligenti domande di Luca Gibello portano il discorso ad affrontare anche le recenti vicende politiche che hanno influenzato l’architettura isolana. Entrambi gli ospiti son stati di poche parole ma chiari nel criticare fermamente il piano casa Asunis (chiamiamolo così), per la pericolosità dei suoi effetti sul paesaggio sardo, ma una più attenta riflessione l’hanno dedicata a un tema a noi molto caro: il ruolo delle archistar chiamate dalla giunta precedente a fecondare un humus locale. Un ruolo che per Luchini è inserito nel dibattito sull’identità e sul suo rapporto con l’immaginario collettivo della fittizia mediterraneità da Costa Smeralda. Un’identità intesa come relazione tra ciò che permane e ciò che varia e utilizzata come strumento per uscire dall’isolamento attraverso l’inserimento di nuove conoscenze che vadano a integrarsi con quelle pregresse. Ma nella politica delle archistar è mancato qualcosa che facesse tessuto, si è gestito il territorio per nodi senza superare la dicotomia tra territorio e fatti emergenti. E in questo processo un ruolo significativo nel “fare tessuto” lo ha svolto il Festarch come evento di sensibilizzazione della cittadinanza in termini di percezione della architettura e del territorio da parte.

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Add comment dicembre 19, 2009
UNICA Bookshop – Architettura creativa a Cagliari
Erano tanti gli studenti che all’apertura dell’anno accademico avrebbero voluto prender parte ad un corso opzionale che già dal nome ha ispirato novità per la facoltà cagliaritana. Corso di Architettura Creativa. E non è fuori luogo parlare di creatività, perché durante il corso è stata costantemente stimolata anche attraverso libri e film, da Borderline al Pasolini meno conosciuto. La curiosità verso l’ignoto può essere il punto di partenza per fare nuove scoperte e lasciare l’accumulo delle proprie sicurezze, quel che per Alice è stata la tana del coniglio, iniziando a ricalibrare i propri punti di vista sulla realtà.
Sono stati scelti 20 stidenti del secondo e terzo anno per frequentare il corso tenuto dal professore venuto dall’AA, speranzosi di conoscere frammenti di quell’architettura che nell’immaginario collettivo è legata alla scuola londinese. Il passaggio dalla scelta di un’immagine, a un modello concettuale per arrivare a un progetto di uno spazio per leggere non sempre è stato semplice e lineare. Un processo di formazione del progetto che passa dall’assorbimento di input che vengono centrifugati in un tubo catodico per ottenere immagini e suggestioni. E in non pochi casi (che si possono scoprire curiosando in quest’articolo) l’idea iniziale ha preso una piega interessante. Qualcuno ha giocato partendo dalla percezione dello spazio, giocando su illusioni ottiche e anamorfismo. Qualcun altro è andato avanti copiando intelligentemente idee altrui, o costruendo modelli e progetti plurilivelli, doublefase.
Fino ad arrivare al tappeto rosso della prima presentazione in cui son stati scelti solo cinque progetti da portare avanti. Da cinque a uno sarà la prossima fase. Dall’intuizione individuale alla cooperazione di un piccolo gruppo e poi di un’intera squadra per raggiungere un unico obbiettivo. Un semestre affrontato tra competizione e collaborazione.

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Add comment dicembre 12, 2009
Piano Casa: Italia, Francia e Spagna contro la crisi
A distanza di nove mesi dal varo del piano casa nazionale, sono arrivate le leggi regionali per l’attuazione di questo strumento sul territorio. Il clamore e il dibattito che stanno suscitando queste ultime, per come sono state interpretate le direttive del governo nelle diverse realtà locali, portano con sé tante considerazioni ma ci inducono anche a riflettere sull’effettiva efficacia di tale intervento. Per suo disegno e struttura il Piano Casa nazionale è stato colto dai vari governi locali, pur con le particolarità di ogni regione, quasi esclusivamente come mezzo per il rilancio del settore delle costruzioni, alla cui ripresa ci si affida con speranza per il rilancio di tutta l’economia nazionale.
Ma questa crisi, com’è noto, prima ancora che italiana è una crisi che ha investito il sistema delle costruzioni a livello globale. Per questo motivo è interessante sbirciare un po’ al di la dei confini nazionali, per cercare di rendersi conto di quali siano state le scelte di altri due Paesi europei che attraversano la nostra stessa situazione.
Una costante (da accogliere in maniera molto positiva) è stata la volontà di investire sul tema del rinnovamento termico e energetico degli edifici, con incentivi e agevolazioni importanti volti a facilitare la realizzazione e la riconversione delle abitazioni secondo i criteri di bioarchitettura e efficienza energetica.
Il governo francese ha puntato decisamente su questo settore, con il vaglio di prestiti a tasso zero per il miglioramento energetico sino a un massimo di 30.000 euro, prestito che può essere richiesto anche in caso di acquisto di prima casa. La stima del governo francese è quella di una manovra capace di produrre 400.000 ristrutturazioni all’anno che dovrebbero consentire un investimento di 120 miliardi e la creazione di 135.000 posti di lavoro.

Logo dell'Agence Nationale de l’Habitat (ANAH)
Questa strategia di rinnovamento energetico coinvolge anche il settore dell’edilizia pubblica con la creazione di un fondo di 200 milioni di euro gestito da l’Agence Nationale de l’Habitat (ANAH) allo scopo di finanziare la riqualificazione energetica del patrimonio residenziale pubblico e di rafforzare la lotta contro “l’habitat indigne”, in maniera particolare contro la precarietà energetica, e la riduzione del disagio abitativo nei quartieri più antichi. Questa politica dovrebbe essere in grado di portare al miglioramento di circa 100.000 alloggi in due anni e la movimentazione economica di circa 1 miliardo di euro.

Programme National de Rénovation Urbaine (PNRU)
La seconda importante manovra riguarda il “Programme National de Rénovation Urbaine (PNRU)” iniziato nel 2003 allo scopo di rinnovare i quartieri degradati trasformandoli in “zones urbaines sensibile” (ZUS), e oggi riattivato attraverso il rilancio di progetti che erano stati bloccati a causa della crisi finanziaria.
Sono stati sovvenzionati per questo programma quasi 12 miliardi di euro per 8 anni per progetti che riguarderanno la demolizione e ricostruzione di nuovi edifici sociali e nuovi edifici amministrativi pubblici, la riorganizzazione di spazi per l’attività economica, la creazione di strade e altri progetti volti al rinnovo dei quartieri. Questi finanziamenti,secondo l’idea del governo Sarkozy, vorrebbero accelerare il programma di rinnovamento urbano che dovrebbe avere un impatto molto positivo per gli abitanti dei quartieri inclusi nelle ZUS.
Oltrepassando Pirenei invece, il governo spagnolo ha varato il Plan Español para el Estímulo de la Economía y del Empleo, meglio conosciuto come Plan E. Il punto di partenza di questa manovra risiede sulla considerazione che la crisi economica abbia colpito profondamente il settore della costruzioni e principalemnte in termini di distruzione di impiego.
Scopo principale del Plan E, è quindi generare un forte impulso all’occupazione attraverso la creazione di due fondi principali: il “Fondo para Entidades Locales” e il ”Fondo Especial para la Dinamización de la Economía y el Empleo” che stanno agevolando la mobilizzazione di 11.000 milioni di euro e la creazione di 300.000 nuovi posti di lavoro.
Attraverso questi fondi, il governo Zapatero, ha intrapreso principalmente la via del rinnovamento delle opere pubbliche sostenendo tutte quelle imprese costruttrici e quei lavoratori coinvolti nella realizzazione di nuove strutture di pubblica utilità. Le opere finanziabili sono state individuate in un elenco al quale dovranno fare riferimento le varie entità locali, e riguardano soprattutto opere di riabilitazione dello spazio pubblico, edifici amministrativi pubblici e infrastrutture (rete viaria, illuminazione, rete fognaria, telecomunicazioni), costruzione, riabilitazione e miglioramento di edifici sociali, sanitari, funerari, educativi, culturali e sportivi, opere che permettono la soppressione di barriere architettoniche e, più in generale, tutte quelle opere che si contraddistinguono per il carattere produttivo e la speciale utilità sociale.
Il Plan E, in sintonia con quanto fatto in passato per l’edilizia residenziale pubblica, introduce anche il “Plan Estatal de Vivienda y Rehabilitación“ un programma che si pone come obbiettivo quello di agevolare l’accesso per i cittadini al bene casa sia in regime di affitto sia per la compravendita, promuovere la urbanizzazione per le residenze pubbliche e migliorare il patrimonio abitativo esistente. Anche in questo caso l’obbiettivo è il miglioramento degli edifici da un punto di vista del contesto e dell’efficienza energetica, l’utilizzo di energie rinnovabili e di dispositivi di accesso per persone disabili.
Avranno precedenza e priorità gli strati sociali più in difficoltà come le famiglie con redditi più bassi, anziani, giovani, disabili, famiglie monoparentali o numerose, senza tetto e collettivi a rischio esclusione sociale. A favore delle imprese, invece è stato instaurato il fondo ICO, che consente un migliore finanziamento per la costruzione di VPO (Vivienda de Protección Oficial) attraverso la concessione di crediti sino a 5.000 milioni di euro.
La sostanziale differenza tra queste due manovre europee e il nostro piano casa nazionale sta nella scelta del nostro governo di affidare, in maniera quasi esclusiva, le possibilità di rilancio economico all’iniziativa privata tralasciando quasi completamente la possibilità di investire denaro pubblico su opere di pubblica utilità.
Persino il piano casa di edilizia abitativa varato con decreto del presidente del consiglio dei ministri il 16 luglio 2009, che pone come obbiettivo di realizzare 100.000 nuovi alloggi in cinque anni ha molto più ha che vedere con la proprietà privata che non con la pubblica utilità. Seppur vero che tali alloggi saranno principalmente destinati alle categorie sociali più svantaggiate, risulta quanto meno contraddittoria la scelta di dare gli alloggi in locazione a canone sostenibile consentendone però la vendita dopo 25 anni (10 nel caso ci sia patto di futura vendita). Viene vanificata in questo modo la possibilità di incrementare il patrimonio edilizio pubblico, che ricordiamo vedere l’Italia tra i fanalini di coda in Europa con il solo 5% del totale.
In conclusione potremmo dire che a livello statale ciò in cui veramente più è carente l’iniziativa anticrisi sull’edilizia del governo italiano è la totale mancanza di interventi sul reale problema abitativo della nostra società, che non consiste soltanto in un incremento del patrimonio edilizio da destinare al sociale ma sopratutto in strategie tali da consentire alle fasce più deboli l’accesso al bene casa. Oggi questa categoria abbraccia una quantità sempre più ingente di persone, tra cui soffrono particolarmente i giovani alle prese con l’acquisto della prima casa e gli anziani alle prese con alloggi che non possono più permettersi. Non si tratta quindi solo di mera costruzione ma di ripensare profondamente il significato di fare residenza sociale in Italia.

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11 comments dicembre 9, 2009
TIRANA, ARCOBALENO DALL’EST
Cagliari è stata spesso considerata capitale del Mediterraneo se pur il suo dinamismo architettonico urbanistico sembra restare statico negli anni.
Grandi nomi e grandi progetti sono stati proposti per raggiungere i tanto auspicati obiettivi di integrazione sociale tra il quartiere di Sant’Elia e Cagliari. Concorsi, commissioni, progettazione partecipata, lavori iniziati e mai conclusi hanno da tempo afflitto gli abitanti del quartiere, simbolo del degrado e dell’isolamento prodotto dagli insediamenti di edilizia economica e popolare degli anni ‘70.
Dall’Albania arriva un vento di innovazione, una nuova percezione dell’architettura all’interno delle strategie politiche. La città di Tirana è riletta attraverso una prospettiva originale e coraggiosa da un sindaco che prima di essere un politico è un’artista affermato.

Vagabond Journey.com
Dopo anni di caos edilizio, dovuto alla troppo veloce urbanizzazione della capitale, Tirana è oggi investita da un processo di regolazione urbanistica gestito dal quarantacinquenne sindaco Edi Rama. Nonostante il passato dittatoriale e la povertà incombente sulla nazione, il giovane sindaco ha saputo ridare luce al grigiore cittadino.
Primo tra tutti gli interventi è stato l’applicazione del piano del colore. Per rivitalizzare il tedio dei palazzoni comunisti Rama ha pensato ad una nuova superficie colorata. Dal grigio cemento le facciate degli edifici dei quartieri lungo i canali sono state trasformate in una passeggiata verde, gialla e viola con alberi e siepi scolpiti. Un intervento proposto e gestito interamente dal sindaco, mirato soprattutto a creare una nuova percezione collettiva del contesto esistente, invece di iniziare completamente da capo la ricostruzione della città. L’azione decisionale del sindaco rappresenta un processo forzato dall’alto al basso, in quanto la scelta dei colori è stata esclusivamente opera della vena artistica del sindaco. Una scelta attuata senza passare attraverso gli intricati percorsi della burocrazia locale. Decisione che può sembrare antidemocratica ma che invece ha promosso il dialogo e la partecipazione delle comunità nel processo decisionale. Infatti in poche settimane nelle strade, nelle piazze, si è cominciato a discutere sul tipo di colore da usare, sull’immagine della città e su come esporre il lato pubblico delle case e della vita che vi scorre all’interno. Così l’arcobaleno di colori proposto dal sindaco si è esteso a molti altri edifici coinvolgendo nuovi artisti e architetti di fama internazionale.

tratto da Vagabond Journey.com
La politica scelta dal sindaco Edi mira ad usare l’architettura come mezzo comunicativo per ridurre gli squilibri sociali e aumentare la qualità della vita. L’architettura quindi si veste di una funzione simbolica e politica: gli spazi pubblici delle città sono non solo oggetto di sperimentazioni artistiche ma contribuiscono anche alla creazione di un nuovo modo di fare politica.

tratto da Vagabond Journey.com
Il piano del colore è stato lo spunto anche per altri interventi di rinnovamento portati avanti da Rama.
Tra questi è presente “ I love to play”, la proposta di creazione di nuovi spazi pubblici da parte del comune. I palazzoni socialisti costruiti su 4 piani distanziano tra loro una ventina di metri. Gli interstizi tra questi blocchi sono stati occupati col tempo abusivamente per usi domestici e quindi tolti alla collettività. La comunità si trovava ad utilizzare come spazi pubblici esclusivamente le infrastrutture cittadine, le strade in cui la maggior parte dei bambini si incontra per giocare.
Il progetto mira a migliorare la qualità di vita di ogni giovane cittadino provvedendo alla creazione di piccoli spazi pubblici all’interno dei singoli quartieri per dare uno spazio sicuro in cui far crescere le nuove generazioni senza i pericoli delle strade.
La strategia operativa è stata quella di individuare degli spazi adatti alla creazione di mini campi sportivi. Conseguentemente alla scelta del luogo di intervento si è deciso di convertire gli spazi tra i muri dei blocchi socialisti come campi per attività sportive e di aggregazione sociale. La proposta è iniziata dalla piccola scala, da un solo quartiere e questo ha costituito l’esempio guida per tutti gli altri quartieri della capitale.
Accanto al piano del colore e alla creazione di nuovi spazi pubblici, una radicale risistemazione del centro cittadino ha visto la demolizione di milleduecento edifici abusivi sorti durante il periodo post-comunista. Al posto di chioschi, baracche e costruzioni di sussistenza ora si estende un parco verde a due passi da Piazza Skanderbeg.
I palazzi, d’ inconfondibile architettura razionalista, edificati dagli italiani, sono tornati a risplendere. E nuovi palazzi sono sorti, con vetrate e ampie terrazze insieme a locali trendy, café Internet e negozi di lusso. La rinascita è in atto e evidente a tutti.
Il percorso è appena iniziato e i cambiamenti richiesti sono ancora molti ma i primi passi sono sotto gli occhi di tutti. Il rinnovamento non sarebbe potuto iniziare se non dall’alto tramite una presa di posizione decisa e in apparenza anti-democratica. In situazioni di caos edilizio e di squilibrio sociale l’esempio dato autoritariamente dall’alto può scatenare la reazione dal basso e quindi coinvolgere la popolazione nella voglia di rinnovamento. La percezione della città può essere così trasformata e i progetti di riqualificazione visti con favore anche da parte dei ceti più bassi.

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2 comments settembre 24, 2009











